Marco Di Pinto

dipintoNon credo agli scrittori che dicono di scrivere per se stessi. Ma penso anche che non si possa scrivere allo scopo di essere letti dagli altri. Credo che la scrittura sia comunicazione e basta. Credo che un libro sia buono quando – che tu sia al mare, in treno o sul tuo letto – una frase lì in mezzo a quelle pagine ti prenda in pieno, come uno schiaffo ben assestato e ti faccia esclamare “porca miseria, ma sai che pure io la vedo così?”. E ti faccia provare l’istinto irrefrenabile di rimediare una matita e sottolinearla.
Credo che un buon libro ti faccia provare la voglia di finirlo in fretta, ma senza perderti il piacere, qualche volta l’ebbrezza, di gustarne ogni singola pagina, assaporarne ogni parola, giocare con ogni singolo concetto come quando trattieni il primo sorso di un buon vino nel palato.
Questo è quello che voglio scrivere. E non dico di saper fare. Anzi credo di non saperlo fare affatto. Ma sono uno che ci prova sempre.
Sarà per quella dannata, indomabile, spesso psicotica voglia di rompere le scatole che mi accompagna da quando ho emesso il primo vagito. O quando ho pronunciato la mia prima frase. Che per quel che ricordi è stata “non è giusto”. O probabilmente “mi presti gli spiccioli per il caffè?”. Per l’attrazione incontrollabile per le contraddizioni e i controsensi. Sarà che c’è un qualcosa di diabolico nella fantasia e nel metterla al servizio delle storie. Nell’imprigionare i personaggi nelle pagine e nel determinare i loro destini. Questo cerco di donare ai miei lettori. Quei dieci/undici che annovero sul pianeta. Se scegliete di unirvi a questo folto gruppo, proverò a fare qualcosa per voi.
Persino cominciare a volervi bene.
Forse. Un giorno.

Presso I sognatori ha pubblicato “Apologia del Porco“.