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PROLOGO
Un altro
mattino denota una giornata di scarsa importanza.
Inutile. Che scivolerà anonima nella sua caduta insieme a tutte le altre,
tutte uguali, nel buco nero della dimenticanza. Il più in fretta possibile,
spero. Indistinguibili ad un occhio esterno. Non fosse per quella
numerazione progressiva che segna i giorni, i mesi, gli anni, e ti fa vedere
che il tempo passa, e ti impedisce di perdere il conto, di perderti nella
piattezza di questi frammenti di vita vissuta e che però è come non fossero
mai esistiti. Non lascia un segno in me questa vuotezza che mi
rincorre, o che sono io a rincorrere, né potrebbe lasciarlo, perché in
realtà non c’è niente.
Galleggio nel mio nulla costruito su misura e mi ci sento perfettamente a
mio agio.
Voglio starmene qui, protetta da queste lenzuola sporche e sudate, rese
rigide e spesse da notti accidentali ed insonni. Il tempo ne ha fatto una
tana sicura.
Voglio starmene qui, con le persiane chiuse, persiane sdentate che ridono in
modo sadico guardandomi.
Filtrano brandelli di luce spenta e opaca. Entrano i suoni della città,
sempre uguali, sempre ugualmente fastidiosi. Mi strappano da questo torpore
pesante, torpore che sa di morte, da cui non mi voglio svegliare.
Non c’è niente che io abbia voglia di fare, niente che non sia per me
inutile. Niente per cui valga la pena alzarsi da questo letto sudicio.
Non so dove la gente trovi la forza per ricominciare ogni giorno a vivere,
per ricominciare a fare ogni giorno le stesse cose, e trovarsi ogni giorno a
sera senza nulla in più del precedente.
Questa vita non fa per me, se non per i suoi prolungati sonni. Giorno o
notte non fa differenza, cambiano soltanto i suoni. Di notte percepisco
quello di scarpe strascicate sull’asfalto nero, alla ricerca di un posto in
cui consumarsi in solitudine. E corpi che si lasciano cadere a terra – tonfi
sordi – come morti, spossati dalla stanchezza. E vetro che si rompe, e vetro
che rotola.
Poche parole. Non ama parlare, la gente della notte, e se parla, lo fa con
gli occhi, a chi può capire.
A chi possiede quegli stessi occhi venati di rammarico. E si è subito uniti
dal medesimo destino.
Quando l’insonnia mi prende, ascolto quei rumori soffusi, mi approprio di
essi, sbirciando dalla finestra vite altrui. Vite prive di importanza, le
guardo passare, mi interrogo senza interesse.
Il mio occhio ha sbirciato a lungo in me sperando di trovare qualcosa per
poter dire Questo era passato erroneamente inosservato, questo ha
importanza. Ma non trovandolo ha iniziato a scrutare nelle fessure
altrui per scorgervi il nuovo, il degno di nota. Mi approprio avida degli
attimi altrui. Sono come schizzi di colore su un pannello grigio, schizzi
privi di significato, che non disegnano alcuna forma.
La gente perlopiù non fa caso quando la derubo della propria intimità. La
gente è indaffarata, non si accorge mai di niente. Non so dove trovi la
forza per fare tutto quello che fa. Ma forse il trucco sta proprio lì, nel
farlo senza accorgersene. Quando invece se ne accorge si spaventa e scansa i
miei sguardi. Non vuole che altri frughino nella propria vuotezza. O
forse pensa che io sia qualcosa da temere e non si rende conto che sono
perfettamente innocua.
Sono soltanto alla ricerca.
Io preferisco la notte.
Ma in fondo, per fare ciò che faccio non ha importanza che sia giorno o sia
notte.
Mi hanno consigliato di tenere un diario. Un diario di malattia.
Questa strana malattia progressiva e finora sconosciuta che ho chiamato
Disagio.
Il
Disagio mi ha preso un giorno e non se ne è più andato.
È una presenza invadente e quasi umana, oserei dire. È una sorta di animale
annidato nelle viscere che non mi abbandona e che dovrò prima o poi trovare
il modo di scacciare. Direi che è la priorità assoluta, ma nemmeno questo ha
ormai tanta importanza.
Mi hanno detto che ripercorrerne le tappe, e ripercorrere gli avvenimenti
che hanno accompagnato la sua comparsa potrebbe forse essermi utile. Certo
più utile che continuare a starmene senza fare nulla, in preda al terrore
che il
Disagio si manifesti di nuovo. Utile forse non a guarire, ma almeno a capire. Il
Saggio avrebbe approvato questa decisione, e ciò mi dà speranza.
Ma è
un’operazione difficile, un’operazione che costa fatica, perché nella mia
mente il giorno si confonde con la notte, e le settimane, i mesi stessi si
confondono. Le azioni si presentano prive di sfondo e spesso addirittura non
si presentano al ricordo, perché non ci sono state, perché c’è stato
soltanto tempo passato nel buio sicuro, nell’inerzia totale, nell’inattività
e nel silenzio, per non risvegliare il
Disagio.
Ora
sono consapevole della mia malattia.
Questo diario potrebbe aiutarmi a non impazzire del tutto, sempre che vi sia
ancora un minimo di razionalità in questa mia esistenza.
Non credo andrò avanti per molto, è un’operazione che costa fatica. Non sono
mai stata brava a portare a termine le cose, io odio l’assiduità. Ma il
dottore ha detto che se uno inizia e poi lo lascia lì, a metà, questo
diario, non funziona.
Quindi credo proprio che non comincerò per niente.
genere: romanzo
pagine totali: 145
prezzo: 9,90 euro