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In questa sezione del sito illustriamo la nostra posizione circa determinate tematiche editoriali, ovviamente di interesse generale.

L’elenco degli argomenti affrontati verrà regolarmente aggiornato; se qualcuno desidera comunicarci in privato le proprie opinioni nei riguardi di uno o più temi fra quelli sviscerati in questa sede, può farlo inviando una mail a questo indirizzo:

urlo@casadeisognatori.com

Qui sotto potete scorrere l’indice generale.

 ELENCO DEI TEMI AFFRONTATI:



 

 

fattore qualità

blog


la nostra storia

l'urlo

concorso

dicono di noi

 
     La grande truffa del contributo editoriale
Il nostro “no” alle librerie
Sul proliferare dei libri di facile consumo
Sull’arroganza di certe case editrici (esperienze di vita vissuta)
Le esperienze “traumatiche” di altri scrittori esordienti

L'incuria di certi scrittori esordienti

   

 1) La grande truffa del contributo editoriale   

La maggior parte delle case editrici italiane, al momento di pubblicare un esordiente chiede, anzi obbliga lo scrittore, a “contribuire” (da qui il nome) alle spese che verranno affrontate per stampare e pubblicizzare l’opera. Una richiesta che a qualcuno potrà sembrare sensata, ma che invece nasconde una vera e propria truffa.

Accettare o meno una richiesta di contributo è fondamentalmente una questione "etica". La nostra posizione è molto chiara al riguardo: fare il gioco delle case editrici che obbligano (perchè di un obbligo si tratta) gli esordienti a pagare il contributo significa "pompare" denaro nelle loro casse, potenziandole a scapito di quelle (ormai pochissime) che invece non chiedono alcun contributo. Si rafforza, così, un sistema volto a dare spazio soltanto a chi può permetterselo economicamente.. Non ci vuole poi tanto a farsi pubblicare in Italia, insomma: basta piegarsi alla logica imperante ed avere un gruzzolo da parte, indipendentemente dal talento di cui si è in possesso. Ma tra farsi pubblicare in questo modo e farsi pubblicare senza contributo c'è la stessa differenza che intercorre  tra l'andare a letto con una donna innamorata, e l'andare a letto con una bellissima donna che richiede un contributo per le sue prestazioni. Non è un caso, dunque, che in Italia il mercato del libro sia saturo di libri scadenti: chiunque, anche con un talento mediocre, può farsi pubblicare, basta possedere qualche centinaia di euro, e il gioco è fatto. Farsi pubblicare da una casa editrice che non richiede contributo è molto più difficile, perché edita solo quei lavori in cui crede fermamente. E questo spaventa gli esordienti, che fuggono a gambe levate verso quella concorrenza pronta a dare spazio, come si suol dire, a cani e porci.

Detto questo, c’è anche da dire che conosciamo bene gli enormi costi di un’attività editoriale, e sappiamo che restare a galla in un mercato sovraffollato come quello italiano è complicatissimo. D’altronde tutti vogliono farsi pubblicare, ma in pochissimi vogliono fare qualcosa per garantire la sopravvivenza della piccola editoria, appoggiandola anche economicamente tramite l’acquisto dei libri che essa edita, con orgoglio e passione. A meno che non si verifichi un cambiamento di rotta, le piccole case editrici sono destinate ad estinguersi, e di questo passo gli esordienti avranno di volta in volta un alleato in meno nella lotta al sistema sclerotizzato dell’editoria italiana. E si arriverà al punto in cui tutti gli esordienti, indistintamente, per veder pubblicata un’opera dovranno sborsare tra gli 800 e i 7000 euro, a fronte dei pochi euro coi quali è possibile sostenere chi va controcorrente.

Comunque, noi non chiederemo mai il contributo: a questo punto, meglio chiudere i battenti e ritirarsi dignitosamente, piuttosto che passare dalla parte del nemico.

Noi ce l’abbiamo, un’etica… 

 

 

2) Il nostro “no” alle librerie 

Qualcuno di voi, forse, ricorderà QUESTO post.

Ebbene, di recente si è tornato a parlare dei Sognatori e della mancanza di una distribuzione in libreria. Già a suo tempo ho evidenziato le motivazioni di questa scelta, e un po’ mi spiace constatare come molte persone critichino tale approccio senza minimamente considerare le ragioni di cui sopra. Troppo facile sostenere che “io penso comunque che un libro debba essere presente in libreria”, quando invece sussistono ottime ragioni per agire in senso contrario.

Il fatto è che i lettori e le persone per così dire “comuni” ignorano meccanismi e dinamiche. Le ho ignorate anch’io, e a lungo. Poi necessità di tipo professionale mi hanno spinto a reperire le dovute informazioni, affidandomi in seguito alle indicazioni di persone competenti, gente che lavora nel campo da vent’anni e oltre.

Ne è scaturito un quadro assai più completo, ma altrettanto deprimente.

In nome del dialogo sui temi d’interesse generale, torno allora a esporvi quei meccanismi e quelle dinamiche che la maggior parte delle persone ignorano; evidenzierò così la mia posizione e le ragioni della scelta operata. Articolerò il discorso in più punti, che nel loro complesso offriranno uno spaccato delle difficoltà che il piccolo editore deve affrontare per poter entrare in libreria.

Difficoltà che la maggior parte delle persone ignora, e che diventano elementi sostanziali nel momento in cui si vuole esprimere un parere sulla politica editoriale di una casa editrice. Troppa gente parla senza conoscere minimamente l’argomento in questione, infatti; atteggiamento di per sé riprovevole, dal momento che sulla scorta di certezze infondate si giunge a criticare anche chi, contro certe realtà, c’ha sbattuto il muso più volte in passato.

In tal senso, vorrei partire da un presupposto: non c’è casa editrice che non vorrebbe godere di una distribuzione a tappeto, quando si parla di librerie. Le domande che pongo, e alle quali cercherò di offrire risposta, sono fondamentalmente tre:

 

1)      il sistema attuale consente a chiunque di entrare capillarmente in libreria?

2)      ci sono vantaggi certi derivanti dalla distribuzione libraria?

3)      è possibile che editori, scrittori e lettori subiscano invece un handicap dalla distribuzione in libreria?

 

Non risponderò singolarmente a ognuna di queste domande, ma lascerò che gli interrogativi ricevano una conferma o una smentita attraverso l’analisi del sistema vigente. Analisi che – tengo a sottolinearlo fin dall’inizio – fa riferimento a meccanismi e dinamiche generali. Probabilmente vi sono delle eccezioni, così come vi sono delle eccezioni fra i lettori della rete, alcuni dei quali si dimostrano ben più dinamici e sensibili nei confronti dell’editoria di nicchia rispetto al pigrissimo lettore medio del web.

Ma non è con le eccezioni che una casa editrice di piccole dimensioni può sopravvivere. La realtà ti sbatte in faccia un modo d’agire e di pensare globale, ed è con esso che occorre fare i conti.

Io spero che questo post possa risultare interessante e (nel suo piccolo) istruttivo.

Vado.

 

1)

Un libro, per poter giungere in libreria, ha bisogno di un intermediario. È il cosiddetto distributore. Il distributore riceve i libri dall’editore e poi li affida alle librerie con le quali ha rapporti commerciali. In Italia ci sono molti distributori, alcuni lavorano bene e altri no. I loro costi sono elevati (ne parlo in seguito), su questo non ci piove. Più è capillare la distribuzione, più – va da sé – aumentano i costi per la casa editrice. Ma questo fattore ha delle ripercussioni soprattutto nell’ambito della piccola editoria, che ovviamente non può contare sulla forza economica delle holding editoriali note a tutti.

Un buon modo per evitare questi costi sarebbe quello di affidare le proprie opere direttamente alla libreria, saltando il passaggio del distributore. Tuttavia, questa pratica non è consentita. Non per Legge, ma per consuetudine. Quand’anche si desideri inviare a una libreria poche copie di pochissimi libri, la libreria non le accetta se la casa editrice non si appoggia a un distributore. Alcune librerie possono accettare lavori di scrittori ed editori locali, ma solo se scrittori ed editori conoscono i gestori o li contattano e prendono accordi personalmente. Se cerchi di muoverti al di là dei confini regionali o – a volte – anche soltanto municipali, non ti prendono in considerazione.

Il motivo è questo (cito la frase di un promotore editoriale): tanti piccolissimi editori tendono a lasciare i loro libri in deposito e nel momento in cui le librerie devono fare la resa (cioè devono restituire le copie invendute) non sanno a chi darle, o se devono pagarle non si ricordano chi gliel’ha date. La tendenza delle librerie è quella di evitare questo tipo di approccio, che a loro genera problemi di gestione.

Ovvero: per non avere problemi di gestione le librerie creano problemi di gestione alle piccole case editrici, incasinandole sul fronte burocratico e obbligandole fra l’altro a sostenere costi elevati, a tutto svantaggio non solo degli editori, ma anche degli scrittori e dei lettori. Mi spiego meglio.

2)

Si fa un gran parlare dell’aumento dei prezzi dei Compact Disc, che a detta di molti esperti del settore avrebbe condotto a fenomeni illegali come il file sharing (il download selvaggio, o detto in soldoni: “scaricare musica senza pagare”). L’aumento dei prezzi si è verificato anche nell’ambito letterario, ma la cosa non ha destato clamore per molti motivi. Il primo è che in Italia si legge poco, e le problematiche delle minoranze non interessano. Il secondo è che i libri hanno sempre avuto costi differenziati, non uniformi, quindi se il prezzo delle sigarette, della benzina o dei CD  aumenta, ce ne accorgiamo subito. Se aumenta il prezzo dei libri o dei biglietti dei teatri, un po’ meno. Il terzo è che tale aumento non ha condotto a fenomeni illegali, ma a una riduzione delle vendite, specie in questo periodo di recessione. In Italia, insomma, già si legge poco; proporre un libro a un prezzo elevato significa diminuire le chance di vendita. Questo discorso ha meno rilevanza per la grande editoria, che attraverso budget faraonici può comunque far fronte a periodi di crisi diversificando gli investimenti. Ma per chi pubblica e vende libri di autori sconosciuti, il problema è enorme. Perché intendiamoci: in Italia non solo si legge pochissimo, ma anche in maniera settaria. L’attenzione del lettore medio (l’ho ampiamente dimostrato QUI) nei riguardi delle case editrici poco conosciute, e di riflesso nei riguardi degli autori poco conosciuti, è prossima allo zero.

Conseguenza pratica: un editore sconosciuto che piazza in libreria il romanzo di un esordiente a 18 euro commette un errore grossolano, perché quel lavoro presenterà un prezzo pari – se non superiore – a quello dell’ultimo libro di Moccia o Faletti.

Eppure deve tenere i prezzi alti, perché a monte c’è una spesa alta da affrontare e un rischio d’impresa maggiore. Rivolgersi alle librerie (e – per forza di cose – a un distributore) incide profondamente sui costi. Questo discorso è valido sia per Feltrinelli che per I Sognatori, ma offenderei l’intelligenza di chi legge se spiegassi quali sono le differenze che i costi hanno, a livello d’impatto, sul budget di una casa editrice enorme rispetto a quello di una casa editrice che pubblica scrittori esordienti. Tornando al discorso sull’aumento dei prezzi: è chiaro a tutti che questi rincari derivano da una serie di passaggi intermedi che di volta in volta gravano sul costo iniziale. Se io, come editore, desidero tenere i prezzi bassi, ma al contempo essere distribuito in libreria, non posso. Semplicemente non posso. Perché quei passaggi intermedi mi vengono imposti.

La cosa davvero importante è un’altra: le librerie non hanno alcun occhio di riguardo nei confronti della piccola editoria, non ne comprendono le necessità. Né si pongono minimamente il problema della qualità dei libri che in teoria finirebbero nei loro scaffali. Probabilmente molti di voi hanno un’idea romantica della libreria, luogo di cultura in cui il tempo a volte pare fermarsi.

Notizia dell’ultima ora: le cose stanno diversamente. Un conto è entrare in libreria come acquirente (vieni accolto a braccia aperte), un altro è tentare di entrarci come editore (se non accetti i vari diktat ti sbattono la porta in faccia). Io in tre anni mi sono imbattuto in una pletora di librerie “alternative”, “coraggiose” e “controcorrente” che alla fine imponevano le solite condizioni. Senza tenere in minima considerazione le differenze che sussistono tra una casa editrice e l’altra.

O meglio, queste differenze vengono considerate, ma paradossalmente a favore delle grandi case editrici. Vi spiego come.

3)

Abbiamo parlato di costi. Bene, ora quantifichiamoli. A quanto ammonta la percentuale di rincaro? In media parliamo di un buon 50%, se siamo fortunati (molto fortunati) il dato scende al 40%. Questo discorso è valido però per la piccola editoria. Il piccolo editore, infatti, deve concedere grossi sconti altrimenti il libraio non lo degna di risposta. Mi è stato fatto presente che il tutto varia anche in base al quantitativo che il cliente acquista. Se la libreria Y ti ordina 100 copie per titolo di tutto il catalogo allora concederai più volentieri un 50%. 

Domanda: ritenete minimamente probabile che una libreria richieda un grosso quantitativo di libri a una casa editrice sconosciuta, e che fra l’altro pubblica scrittori “sconosciuti”?

Ecco allora che non solo il piccolo editore deve già fare i salti mortali per poter sopravvivere in un mercato dominato fondamentalmente da un duopolio, ma deve anche mettersi in ginocchio e pregare il libraio. Offrendogli condizioni di vendita scandalosamente svantaggiose per sé.

Prendiamo l’ultimo libro pubblicato da I Sognatori, l’antologia “Un sogno dentro un sogno – volume 2”, che costa 10 euro. Se io cercassi di piazzarlo in libreria, il mio ricavo lordo per copia ammonterebbe a soli 5 euro. Da questa cifra vanno scorporati tutti i costi che io ho dovuto affrontare per poter editare l’opera (“editare” non significa “stampare”, tenetelo in considerazione). In definitiva, non ci guadagnerei pressoché nulla. Anche perché i costi che sostiene una casa editrice non sono identici a quelli che sostiene un’altra casa editrice.

Io stampo in off set, procedimento tipografico che assicura alta qualità ma anche costi maggiori: alla libreria importa qualcosa?

Io pubblico scrittori esordienti senza chiedere alcun contributo editoriale: alla libreria importa qualcosa?

Se devo pararmi il sedere, anch’io – tornando all’esempio dell’antologia – devo (dovrei) aumentare i prezzi. Così “Un sogno dentro un sogno vol. 2” farebbe la sua comparsa sugli scaffali delle librerie alla modica cifra di 15-16 euro.

Siamo seri: già in Italia pochissimi lettori acquistano le raccolte di racconti. In più si tratta di una raccolta scaturita da un concorso, con tutti i preconcetti che ne derivano. Avrebbe allora senso piazzarla in libreria a un prezzo maggiore rispetto a… che so, l’ultima raccolta di racconti di Stefano Benni (14 euro)? Pur sapendo benissimo che “Un sogno dentro un sogno – vol .2” regge benissimo il confronto (per me gli è nettamente superiore) con l’ultima fatica del pur sempre geniale autore bolognese?

4)

Dicevo che le librerie non vogliono problemi sul piano gestionale, però non si fanno scrupoli nell’incasinare l’aspetto gestionale altrui. A titolo di esempio prendo la cosiddetta “tredicesima”, ovvero la più comune forma di incentivazione che l’editore accorda ai librai: se il libraio acquista dodici copie di uno stesso libro, riceve una tredicesima copia gratuitamente (E. Mistretta, “L’editoria”, pag. 61). La più comune forma di incentivazione, certo, ma non l’unica, e se avete letto con attenzione quel che ho scritto fin qui ne converrete. Ma andiamo oltre. La tredicesima è un’opzione che le grandi case editrici hanno abolito da tempo. Loro possono permetterselo. Per la piccola editoria il discorso cambia. La tredicesima è ancora una prassi; anche in questo caso non c’è nessuna Legge scritta, si tratta di una consuetudine che il piccolo editore è chiamato a rispettare per poter sperare di essere preso in considerazione. Ed è un macello (cito), in quanto poi i clienti ti chiedono inevitabilmente le tredicesime miste, ovvero la 6/6/1 oppure la 4/4/4/1 o addirittura la 3/3/3/3/1 e diventa un vero incubo. Soprattutto nel riaccredito della copia omaggio che ovviamente non ci deve essere in quanto tale, ma che diventa difficile da individuare in questi casi. E ti assicuro che le tredicesime miste sono una prassi... e che tutti te le chiedono... e che poi la tirano con i completamenti (te ne ordinano 6 e dopo un po' altre 6/1). Molti pretendono la 6/1 secca... insomma una gran rottura di palle.

Già. Peccato che questa rottura riguardi ormai soltanto la piccola editoria.

5)

I problemi di gestione però non sono i soli. Dall’esterno si può pensare che (perlomeno) una volta affidata la distribuzione a un distributore, la casa editrice possa dormire sonni tranquilli. Macchè.

Capita spessissimo che un’opera letteraria risulti assente proprio nella libreria con la quale si è stretto un accordo ben preciso. Di chi è la colpa? Semplice: del distributore, del libraio o di entrambi (e a volte pure le case editrici fanno la loro parte, vedi il punto 8). Questione di indolenza. E allora devi premurarti di controllare periodicamente che vengano riforniti e questo il libraio lo farà solo se gli rompi le scatole o se entrano 20 persone tutti i giorni a chiedere i tuoi libri. Altra domanda: quante possibilità ci sono, per un piccolo editore, che “20 persone entrino tutti i giorni in una libreria per chiedere copia dei suoi libri”? Zero, e quando va di lusso zero al quadrato. Bisogna ammattire e stare dietro al libraio furbastro (che ha molto più interesse a rifornirsi con regolarità presso altre case editrici, quelle che contano), un surplus di lavoro snervante che evidenzia una volta di più la sperequazione nel trattamento che viene riservato ai vari editori. Umiliante e deprimente, perché un editore onesto già deve fare mille sacrifici per poter mandare avanti la baracca, se poi dall’esterno ci si impegna a complicargli ancor di più l’esistenza, è davvero la fine.

6)

Veniamo ora all’opzione dei resi. Come dicevo nel mio vecchio post, una libreria può tranquillamente restituire le copie di un libro rimaste invendute (chiamate “resi”, appunto), indipendentemente dalla promozione e dalla visibilità concesse all’opera. È pacifico che, relegando i lavori della piccola casa editrice in uno scaffale nascosto nella toilette, le copie resteranno invendute. Ma al libraio tutto questo importa poco: male che vada, potrà restituirle senza rimetterci un centesimo. 

Sul problema della visibilità concessa ai libri della piccola editoria ci torno in seguito.

Concentriamoci sull’opzione dei resi. Altra prassi non obbligatoria, ma consolidata. E che consolida il potere del libraio nei confronti della casa editrice. Alla domanda “ma la resa è obbligatoria?”, un promotore editoriale ha così risposto: “Diciamo di sì, nel senso che puoi anche stabilire uno sconto molto alto senza resa, ma sarà difficilissimo. Non è nel loro dna, anche sulle vendite più che certe se non hanno la resa non comprano. Sono una razza strana”.

Io direi furba, più che strana. Bah, almeno in questo caso il trattamento è equo, nel senso che l’opzione dei resi viene imposta a tutti, grandi e piccoli.

Quindi il libraio, anche il più pigro e incompetente, può ritenersi sollevato dal rischio d’impresa restituendo i libri che non ha potuto o saputo vendere. Gran bella vita, eh? Ma dopo quanto tempo avviene tutto ciò? Qual è il lasso di tempo che un libraio concede mediamente a un’opera per farsi valere? Ecco la risposta che è stata data a me: “I tempi caro Aldo si accorciano sempre di più. Ora siamo intorno ai 3 mesi”.

Avete capito? Tre mesi! Uno scrittore magari impiega anni per elaborare un libro che possa risultare minimamente dignitoso, la piccola casa editrice non a pagamento ci investe fior di soldi e un mucchio di tempo fra impaginazione, editing, correzione della bozza, scelta dei materiali, stampa e rilegatura… e invece il libraio, dopo tre miseri mesi, è libero di importi la restituzione di un libro che ha avuto la sfortuna di non risultare immediatamente vendibile.

Mi rivolgo adesso a quegli scrittori esordienti che sostengono a viva voce la necessità della distribuzione libraria: davanti a un dato del genere chi, fra voi, è disposto a confermare il proprio pensiero? Vi sembra dunque giusto che un’opera, anche la più meritevole (magari quella che avete scritto o scriverete voi), divenga carta straccia dopo la bellezza di 90 giorni?

7)  

In merito all’argomento di questo post mi è stato detto che affidarsi alla distribuzione libraria da un lato è molto stimolante, dall'altro è davvero un gran bordello: farsi accettare, conoscere, e farlo da soli… è molto difficile. Per questo esistono i distributori: anche se costano ti garantiscono un minimo di presenza, e anche di vendita (se il libro c'è, si vede e si vende anche!).

Ecco, io su quest’ultimo punto ho le mie riserve. Il distributore infatti garantisce semplicemente la presenza dell’opera, la visibilità invece viene offerta dalla libreria. Tuttavia sappiamo bene che la visibilità è un privilegio che di norma viene concesso esclusivamente alle grandi case editrici. Vetrine e pile fronte-cassa sono monopolizzate dai soliti noti. Hanno infatti un costo (devi pagare per usufruirne, non è che i librai sbattono in vetrina il primo che capita o lo scrittore più bravo), e se alla fine ci trovi sempre gli stessi nomi… un motivo ci sarà. Senza contare che un libraio – al di là di chi ha acquistato lo spazio della sua vetrina – ha tutto l’interesse a porre in evidenza il romanzo di un autore pubblicato da una casa editrice prestigiosa. Perché sa benissimo che susciterà maggiore interesse presso il pubblico di lettori. Insomma, per la piccola editoria (a meno che non vi siano stretti legami professionali col libraio) non c’è trippa per gatti.

Ultimamente ho notato che ai libri degli editori meno noti viene offerto uno spazio ad hoc all’interno di alcune librerie. Qualcuno lo considera un buon segno. Per me no. Non sempre almeno. Attraverso quello spazietto, che raccoglie decine di libri pubblicati da editori e scrittori, spesso si creano ghetti. Sono dei contentini attraverso i quali si finge interesse nei riguardi dell’editoria dimenticata.

Io sono rimasto impressionato nel vedere uno di questi “ghetti editoriali”, in una libreria leccese. Lo stato di abbandono era deprimente: bastava afferrare un libro qualsiasi per ritrovarsi le mani cosparse di polvere. Le copertine erano ingiallite. Invece le pile fronte-cassa e i libri in vetrina scintillavano. Perché quello è lo spazio concesso all’elite, irraggiungibile dagli editori di nicchia. Surreale come contrasto, quasi burtoniano: ve lo garantisco.

Al contrario, la libreria Laterza di Bari, fino a qualche tempo fa (oggi non so) offriva uno spazio espositivo degno di tale nome. Ma era – e forse lo è ancora – un’eccezione.

Cito dal mio vecchio post: c’è sempre qualcuno pronto a citare la libreria “alternativa” che agisce in maniera differente. Che esistano non lo metto in dubbio, ma oggi posso affermare che molte librerie cosiddette “alternative”, di alternativo hanno soltanto la nomea. Perché quando metti spalle al muro le persone che le gestiscono, e inizi a parlare di ingiustizie, sperequazioni e quant’altro, fuggono a gambe levate. Non troppo tempo fa una di queste, presentatasi come libreria “piccola ma combattiva”, ha richiesto “Hitler era innocente”. Io ho chiesto loro di leggere il post che sto citando più volte, ovvero QUESTO. La risposta è stata: comprendiamo benissimo il suo punto di vista. Poi sono spariti. Nessun accenno alla possibilità di rivedere la propria politica nei riguardi delle piccole case editrici. Nessun dialogo. Niente di niente. E allora rispolvero un vecchio aneddoto: qualche giorno fa ho fatto visita ad una libreria che, in base al parere di un’amica, si distinguerebbe per lo spazio promozionale offerto alla piccola editoria. Sarà… ma in vetrina campeggiavano Moccia, Dan Brown, Melissa P. e Fabio Volo. L’unica scrittrice emergente era Licia Troisi. Che pubblica per Mondadori. Ho detto tutto.

Vorrei anche ribadire un concetto a me caro, e che purtroppo non posso approfondire per motivi di spazio: la visibilità concessa a un’opera è importantissima per le grandi case editrici, che spesso giocano la partita (fra di loro) su quel piano lì. L’aspetto pubblicitario, nella piccola editoria, ha meno rilevanza, giacché l’interesse dei potenziali acquirenti cala notevolmente a prescindere. Perché abbia effetto, la pubblicità deve essere davvero pregnante e continuativa, altro che un tavolino striminzito coperto di polvere! C’è una refrattarietà maggiore da dover combattere, per cui (quantificando) se nella grande editoria una pubblicità di livello 6 ha grandi possibilità di condurre a vendite di livello 6, nella piccola editoria una pubblicità di livello 6 ha grandi possibilità di condurre a vendite di livello 2 o 3. Da questo punto di vista, sarebbe interessante constatare la variazione nelle vendite nel caso in cui – come ho visto spesso nella Feltrinelli di Bari – un’intera parete di quattro metri per due venisse destinata a qualche libro della piccola editoria.

Suvvia, sognare non costa nulla. Almeno quello.

8)

Un luogo comune vuole che senza distribuzione libraria le possibilità di vendita siano minime. Di conseguenza, chi opera nel commercio elettronico (come I Sognatori) sarebbe destinato a morte certa. Di contro, si ritiene che affidarsi a distributori e librerie consenta vendite maggiori. Ecco, prima di sparare teorie campate per aria, forse sarebbe il caso di documentarsi.

Cito da un articolo del Corriere: “chi pubblica e si affida esclusivamente al canale dei negozi ha sempre maggiori difficoltà, giacché un numero costantemente in ascesa di lettori (l' anno scorso ha sfiorato il 30 per cento di aumento) utilizza Internet per gli acquisti. La Rete è ormai lo strumento che consente di conoscere meglio di ogni altro, e in tempo reale, quanto esce ogni giorno”.

Poco importa se anche tramite internet, alla fin della fiera, si acquistano i soliti libri: il dato è chiarissimo, e rivela che le librerie sono in crisi e che il commercio elettronico è in ascesa.

Chi in passato ha criticato I Sognatori per la mancanza di una distribuzione libraria, se ne faccia una ragione: aveva torto.

Agli scrittori esordienti che snobbano le case editrici operanti nel commercio elettronico dico: svegliatevi! Voi pensate forse che entrando in una struttura basata sulla triade “casa editrice-distributore-libreria” tutto vada bene. Il meccanismo è oleato e affidabile, no? Io invece vi faccio notare che case editrici, distributori e librerie sono gestiti da esseri umani, non da computers. E che queste persone operano sulla spinta esclusiva (ormai) del margine di guadagno. Se un distributore ha la necessità di piazzare il grosso quantitativo di libri di una casa editrice nota, a sfavore delle poche copie di quella meno nota… lo fa. Se alla libreria conviene tenere costantemente aggiornato il catalogo della grande casa editrice piuttosto che quello della piccola casa editrice… lo fa. Se la casa editrice “X” ha in catalogo una pletora di scrittori esordienti, e deve cercare di piazzare il maggior numero di libri, opterà per quelli più facilmente vendibili; per cui si giunge al paradosso che la casa editrice, nella necessità di stabilire su chi investire le maggiori energie, favorisca alcuni e sfavorisca altri autori del suo stesso catalogo. Ecco allora che il cliente si reca in libreria, chiede un determinato libro e si vede rispondere che questo libro non è presente perché la casa editrice questo mese non ci ha fornito il numero di copie richieste. E il distributore dirà la stessa cosa.

Insomma, ognuno di questi enti pensa al margine di profitto. Opera delle scelte. Per librerie e distributori, le case editrici non sono tutte uguali. Per la maggior parte delle case editrici, gli scrittori non sono tutti uguali. È comodo far pensare il contrario, ma così non è. Non illudetevi dunque di affidarvi alla “sacra triade” e di ottenere giocoforza dei vantaggi: perché più si allunga la lista degli intermediari, maggiore è il numero di persone e di interessi col quale ci si ritrova a dover fare i conti. Quasi sempre a tutto svantaggio dello scrittore esordiente “colpevole” di aver scritto l’opera meno appetibile sul piano commerciale, ma di livello superiore su quello qualitativo.

9)

L’ultimo punto di questo post è giocoforza comparativo. Avrete notato che negli 8 punti precedenti l’argomento centrale è in grassetto. Bene, ora mettiamo a confronto le note salienti dell’articolo che state leggendo con le peculiarità di chi opera nel commercio elettronico (come I Sognatori, appunto). A voi le conclusioni.

1)      l’assenza di un distributore non impedisce (anzi!) a chi opera nel commercio elettronico di piazzare e/o commercializzare i propri libri in tutta Italia (isole comprese, si diceva una volta) e addirittura all’estero;

2)      l’aumento generale dei prezzi ha un impatto contenuto sulle case editrici che operano nel commercio elettronico, le quali possono continuare a proporre agli acquirenti libri dal costo contenuto;

3)      dovendo quantificare percentualmente tale riduzione (resa possibile dall’esclusione di intermediari), essa si aggira sul 40-50%. Nel nostro caso, questo taglio dei costi non va a vantaggio de I Sognatori, ma dei lettori, dal momento che altre case editrici tagliano i costi rinunciando a distributori e librerie, ma piazzano ugualmente i loro libri a prezzi elevati, e in definitiva identici a quelli dei lavori che conoscono tutta una serie di passaggi intermedi (quelli che fanno lievitare i prezzi, per l’appunto); 

4)      l’assenza di intralci sul piano gestionale consente a una casa editrice on line (se gestita da persone affidabili e competenti) di operare con puntualità e precisione (basti pensare che in media i nostri libri vengono inviati a distanza di 24 ore dall’ordine, e giungono fra le mani dell’acquirente nell’arco di 2-3 giorni lavorativi);

5)      la possibilità di instaurare un rapporto diretto col consumatore finale, garantisce alla casa editrice on line (e di riflesso al lettore) di eludere inutili perdite di tempo sul lato burocratico;

6)      se l’opzione dei resi, ormai, impedisce a un libro meno noto di essere presente (presente: non visibile) fra gli scaffali di una libreria per più di tre mesi, I Sognatori garantisce attraverso una costante promozione e nuove iniziative (non ultima SOGNI CONDIVISI) una persistente promozione dei propri autori;

7)      i libri de I Sognatori non giacciono sotto cumuli di polvere su qualche bancarella improvvisata di un’anonima libreria, non si rendono invisibili agli occhi del lettore, ma circolano virtualmente e concretamente in siti, forum, blog, social networks, testate e spazi promozionali di vario genere. Non conquistano le vetrine delle librerie, per carità, ma rispetto allo spazio (sul piano strettamente pubblicitario) del quale godono tantissime case editrici legate a vecchie prassi promozionali, il commercio elettronico ha una marcia in più. Penso al sito e al blog de I Sognatori, che da soli garantiscono ormai una pubblicità costante e invidiabile alle opere presenti in catalogo: 4000 visitatori mensili (media attuale) la dicono lunga. E non credo affatto che anche i libri dalla copertina ingiallita di cui vi parlavo nel punto 7 siano stati minimamente degnati da un eguale numero mensile di lettori.

8)      il mercato dei libri on line è quello che attualmente registra il maggiore incremento sul piano delle vendite. Forse a beneficiarne saranno sempre e comunque le grandi case editrici, ma la concorrenza che esse hanno in rete è enorme rispetto a quella (quasi inesistente) che hanno nelle librerie. Perché in rete le cose funzionano diversamente.

 

 

Come si conclude questo post? In maniera sorprendente, ve lo assicuro.

Perché nonostante questa lunghissima disamina, io all’idea di entrare in libreria non vi ho rinunciato del tutto. Solo che voglio farlo a modo mio. E quando dico io.

Per citare ancora una volta il mio vecchio post: il gioco varrebbe pure la candela, se le librerie si impegnassero sul serio nella promozione delle opere pubblicate da piccoli editori. Ma sappiamo che così non è: chi già gode di budget faraonici e campagne pubblicitarie a tappeto, usufruisce della maggiore visibilità. Poco importa se i libri piazzati in vetrina vengano considerati un po’ da tutti delle schifezze immonde. Il discorso cambierebbe se le medesime opportunità venissero concesse a tutti, indiscriminatamente. In tal senso, occorrerebbe operare dei distinguo, rendere il sistema più elastico, tutelare in qualche modo la piccola editoria di qualità. Se si parla di visibilità, I Sognatori e Mondadori sono su pianeti differenti, ma se si parla di resi, vengono poste invece sullo stesso piano. E questo non mi sembra giusto. 

Soprattutto, non mi sembra giusto l’atteggiamento col quale opera la stragrande maggioranza delle librerie italiane. Sembra ogni volta che siano lì a farti un immenso favore, e che tu debba prostrarti ai loro piedi per ringraziarle. È chiaro, hanno il coltello dalla parte del manico. Possono concedersi il lusso di importi le loro condizioni. Ma quel tempo sta per finire. Prima o poi anche le librerie dovranno adeguarsi e capire che la libertà d’azione garantita dalla rete va presa ad esempio.

Se non lo faranno, moriranno.

Se lo faranno, io ne approfitterò.

Già oggi sono abbastanza egocentrico da credere che il favore glielo farò io, alla libreria “X”, quando accetterò di fornirle i miei libri. E davanti a un trattamento equo, sarò abbastanza umile da ammettere l’estrema validità del suo supporto.

Sono abbastanza egocentrico da credere che già oggi una libreria ha tutto l’interesse nel cercare di accaparrarsi i miei libri. Perché non hanno nulla da invidiare (per contenuti e caratteristiche tecniche) all’80% di quello che al momento finisce sugli scaffali.

E sono abbastanza folle da imporre alle librerie le mie condizioni. Condizioni che di certo non ribalteranno il rapporto, ma lo renderanno equo e maggiormente in linea con le necessità della piccola editoria di qualità. Le fisserò, queste condizioni, e poi coinvolgerò voi lettori.

Sì, proprio voi che frequentate questo blog. Perché sono sicuro che ognuno di voi ritiene di conoscere una libreria “controcorrente”.

Bene, le metterò alla prova per voi, queste librerie. Illustrerò la proposta che ho avanzato nei loro confronti e le reazioni che ne sono scaturite. So già che in molte non mi degneranno di risposta, ma sono pronto a farmi sorprendere. Non do più nulla per scontato.

Chi conosce il mondo delle librerie da un mucchio di anni mi ha già messo in guardia: puoi  contattare personalmente una serie di clienti e giungere ad un accordo, ma in questo caso non so quante librerie potresti coinvolgere.

Forse nessuna, ma non importa. Ho fondato questa casa editrice per promuovere buoni libri e arrivare al cuore dei lettori. Ho scoperto nel tempo che il “cuore” dei lettori è di frequente durissimo, e pur di non concedere la dovuta opportunità a chi la merita, ci si scherma dietro un imbarazzato silenzio, frasi di circostanza e scuse banali.

Un’eventuale partnership con le librerie, se verrà, verrà quando vi saranno le condizioni ideali per agire in quella direzione. In modo da rendere le librerie elemento “complementare” della mia politica editoriale, e non “basilare”.

A me è sempre piaciuta l’idea di poter interegire direttamente coi lettori, infatti. Chi mi segue da anni sa quant’è vera questa affermazione. Onestamente speravo che fossero proprio i lettori a concedermi un’autorevolezza tale da poter interagire con le librerie, un giorno, senza complessi d’inferiorità. Quelli dettati dalla consapevolezza di essere un editore di nicchia.

Ma certi sogni sono diventati illusioni, e io – per tutta una serie di motivi – grandi speranze non ne ho più. Però potrei trovarmi nel luogo giusto al momento giusto.

Resto nei paraggi per dare un po’ di fastidio al sistema sclerotizzato della nostra editoria, allora.

Quella è una cosa che mi è sempre uscita bene.

 

 

3) Sul proliferare dei libri di facile consumo 

La rete è piena di gente che parla malissimo di certi scrittori di successo, saliti alla ribalta per aver scritto il solito romanzetto di facile presa. Nulla di strano, per carità. Tuttavia, continuiamo a credere che il problema non stia tanto in chi scrive, ma in chi edita e in chi compra. Qualunque scrittore, infatti, dall’autore esordiente a quello affermato, dal più disonesto degli imitatori al giovane di talento, afferra una penna (o un portatile), inizia a pensare e poi scrive. Incipit-svolgimento-finale. Raccatta le bozze e le sottopone al giudizio di qualcuno. Quel che avviene dopo ha poco a che fare con lo scrittore. Sono le case editrici ad editare e promuovere (a suon di milioni) lavoretti di scarso valore. Lo scrittore non punta una pistola alla tempia dell’editore, quindi è quest’ultimo a peccare di disonestà culturale, se vogliamo essere precisi (i danni arrecati dagli scrittori incapaci sono altri: ne parleremo certamente più in là). C’è chi scrivere pensando ad Aristotele e chi scrive pensando al conto in banca: in entrambi i casi ci si espone al giudizio degli addetti ai lavori, e in seguito dei fruitori veri e propri. Se le case editrici operassero un filtro degno di tale nome, certi lavori non vedrebbero mai la luce. Ma tant’è.

Gli editori, a loro volta, promuovono quel tale romanzo perché sanno benissimo che un mucchio di gente lo acquisterà ad occhi chiusi. Ora, se i lettori fossero disposti ad offrire le medesime opportunità tanto allo scrittore sulla bocca di tutti quanto allo scrittore sconosciuto, le cose andrebbero diversamente. Purtroppo, però, la maggior parte degli italiani acquista quattro o cinque libri (i soliti noti, ovviamente) nel corso di un anno, tralasciando tutto il resto.

In questo modo, la sperequazione aumenta; gli esperti di marketing, quei gran cervelloni, si accorgono che a vendere sono soltanto gli instant-book. E le case editrici… le case editrici si adeguano, pubblicando quello che la maggior parte dei lettori, occasionali o non, richiedono.

Come risolvere il problema?

Non certo intervenendo alla fonte, dal momento che uno scrittore deve essere libero di scrivere quel che gli pare (o quel che può: il talento non è uguale per tutti). Ma se i lettori mandassero un segnale forte alle case editrici, e quest’ultime si decidessero una buona volta a scegliere con criteri differenti da quello meramente commerciale le opere da pubblicare, qualcosa forse cambierebbe.

Per dirla in due parole: non è tanto quel che si compra e che si legge a esacerbare il sistema, ma quel che non si compra e non si legge.

Facile, poi, che in assenza di pietre di paragone, un lettore inesperto (anche in buona fede) scambi il diario di una ninfetta sicula per un testo provocatorio, ignorando al contempo chi siano Nabokov, Bukowski, Ballard e Miller.  

 

 

4) Sull’arroganza di certe case editrici (esperienze di vita vissuta) 

ESPERIENZE TRAUMATICHE
di Aldo Moscatelli

 Avviso: questo post potrà essere compreso appieno soltanto da chi NON considera un’opera letteraria, scritta da sé o da altri, come un banale insieme di fogli numerati. 

Sul finire del 2003 contattai i tipi di una casa editrice campana per sottoporre alla loro attenzione alcuni miei racconti, poi terminati nella raccolta “Il cimitero dei giocattoli inutili e altri racconti calpestati”. Inviai il pacco tramite raccomandata con ricevuta di ritorno; la ricevuta tornò fra le mie mani a distanza di due settimane, regolarmente firmata. Iniziò così la solita, snervante attesa; ero pronto a pazientare per i consueti tre-quattro mesi, ma a un certo punto mi resi conto che le cose stavano andando un po’ per le lunghe. Inviai così una mail nella quale chiedevo (gentilmente) spiegazioni circa il ritardo nell’inoltro del responso. Mi fu risposto che (cito testualmente): 

Il suo lavoro non risulta pervenuto in forma cartacea a V., da qui il fatto che non le è stato risposto, anche perché non sapevamo a cosa rispondere”.

 Naturalmente la notizia m’inquietò non poco, e chiesi immediatamente spiegazioni; ero in possesso della ricevuta controfirmata da un loro addetto (il nome era ben leggibile e mi fu confermato che la firma riportata apparteneva a una loro dipendente), a testimonianza di come il mio pacco fosse regolarmente giunto in redazione. La loro risposta, di una freddezza e di una maleducazione uniche, verté su pochi concetti insulsi, tra i quali (cito ancora una volta testualmente):

 1) “riceviamo circa 800 testi all’anno, e rispondiamo a circa il 99% degli autori, fra l’altro senza chiedere un centesimo come tassa di lettura”;

2) “il suo sgomento è esagerato”;

3) “lei è libero di esternare tutta la delusione che crede… ma in un Paese in cui si dà sempre tutto per scontato una risposta come la sua è pienamente coerente”;

4) “la sua fiducia nei riguardi del sistema editoriale italiano rischia di venir meno GRAZIE a noi? Cosa rispondere se non: si figuri!” (seguono tanti ghirigori a forma di sorriso). 

A questi quattro punti replicai in questo modo: 

1) “Non mi interessa nulla della vostra presunta semi-infallibilità, né vedo cosa possa centrare col mio caso. Avete smarrito i miei racconti e invece di chiedere scusa vi nascondete dietro sterili statistiche. Complimenti! Inoltre: asserite di non chiedere un centesimo per la lettura dei lavori. E ci mancherebbe pure! Ma cosa siete, una casa editrice o un’agenzie letteraria?”

2) “Il mio sgomento è esagerato? Certo, non siete voi ad aver perso soldi, tempo e speranze per un errore altrui, no? Non è che per caso siete voi a minimizzare, e a fingere che nulla di importante sia davvero accaduto? Cosa ancor più grave: senza neanche scusarvi per il disagio arrecato; ammettete sottovoce l’errore ma invocate a gran voce mille attenuanti pur di non chiedere limpidamente scusa. È così umiliante per voi dare ragione a uno scrittore esordiente?”

3) “Posso esternare tutta la delusione che voglio, eh? Già, tanto a voi che importa? Io sono l’anonimo scribacchino, il numero archiviato in un fascicolo. Delle mie rimostranze potete fregarvene, perché siete dall’altra parte della barricata; in caso contrario (o se mostraste almeno un minimo di empatia) vi scrollereste di dosso quella spocchia da giudici supremi e capireste davvero in cosa avete sbagliato: non tanto nell’aver smarrito un pacco (certe cose capitano a tutti, me compreso), quanto nell’esservene fregati dell’errore commesso. Qualora nella vostra mail vi foste degnati di scrivere cose del tipo: “abbiamo perso il suo pacco, siamo mortificati e speriamo che lei voglia concederci una seconda possibilità, nella speranza che l’incidente occorso rimanga isolato”… beh, non avrei avuto alcun problema a rispedirvi i racconti. Perché, mettetevelo bene in testa, qui nessuno pretende miracoli: ci si aspetta soltanto di essere letti e valutati. Voi lo avete fatto? No! E allora tacete. È il vostro vittimismo, piuttosto, a ben rappresentare il nostro Paese: voi, che pretendete di essere ringraziati anche davanti agli errori più grossolani, sperando che la gente presti maggiore attenzione alla quantità delle promesse sbandierate piuttosto che alla qualità dell’effettivo servizio prestato.

4) “Sì, la mia opinione nei confronti del sistema editoriale è ormai finita sotto le scarpe, anche grazie a voi. Ma non siate timidi, o modesti: devo ringraziarvi eccome! Mi avete svelato anticipatamente il vostro vero volto, arricchendomi con un’esperienza in più (della quale farò tesoro in futuro). Meglio così, credetemi. Il fatto stesso che, nonostante la notevole estensione della vostra mail, non mi sia stata rivolta alcuna scusa per l’incidente verificatosi, è indice (a mio parere) della vostra superbia, nonché espressione di un certo modo di considerare la figura dello scrittore esordiente qui in Italia. Ad ogni modo, vi invito a chiudere qui la questione e a non inviarmi ulteriori mail. In caso contrario, vi informo sin da ora che eventuali, nuovi messaggi di posta elettronica riceveranno lo stesso trattamento riservato ai miei racconti: ovvero, non verranno letti, ma ignorati e immediatamente cestinati”.

A distanza di dieci giorni mi giunse una mail da parte del direttore editoriale in persona. L’oggetto faceva riferimento a certe misteriose scuse

Le pretendevano da me o si trattava piuttosto di un intempestivo mea culpa?

Mistero dei misteri…

 

 

5) Le esperienze “traumatiche” di altri scrittori esordienti 

      Il signor P. ci ha fatto notare che nel Rifugio degli esordienti è segnalata come “non a pagamento” una casa editrice che invece chiede il contributo agli scrittori. Nulla di cui sorprendersi, in tal senso; fortunatamente c’è un numero crescente di esordienti che rifiuta a priori l’idea di pubblicare col contributo. Si tenta quindi di mascherare la verità in due modi: o tacendo sulla richiesta di denaro o negandola apertamente. A che pro? Semplice: in questo modo gli scrittori invieranno comunque il proprio lavoro e chi lo riceverà tenterà di convincerli a sganciare i soldi con lodi sperticate, promettendo mari e monti sul piano distributivo e pubblicitario, coscienti di poter trovare (e probabilmente ci riescono davvero) il proverbiale pollo da spennare.

      Anche G. ci ha raccontato la sua esperienza, che è poi quella di tanti esordienti: ha scritto un romanzo, lo ha spedito in giro per l’Italia, soltanto due case editrici le hanno risposto (con la solita lettera fotocopiata, però), poi ha scovato una micro-casa editrice che le ha concesso fiducia e le ha pubblicato il romanzo a costo zero. In tal senso, la caparbietà di G. è assolutamente ammirevole. E allora diamola un’opportunità, a questa piccola e coraggiosa editoria! Sì, pubblicità e distribuzione saranno difficoltose ma, con l’aiuto di tutti, noi piccoli potremo crescere e dare filo da torcere a chi intravede, nei sogni degli scrittori di talento, qualcosa su cui lucrare. C’è da dire che l’impegno col quale operano le piccole case editrici non a pagamento è enorme. C’è un dato incontrovertibile a sostegno della nostra tesi, ed è questo: laddove gli editori a pagamento, ottenendo il contributo, coprono praticamente tutte le spese (e non solo), e possono quindi fregarsene se poi un’opera viene venduta concretamente, le case editrici non a pagamento devono invece sudare sette camicie per poter rientrare nelle spese.  E l’unica arma a loro disposizione è la vendita: hanno tutto l’interesse, dunque, a piazzare le copie. Il futuro dell’editoria italiana passa anche attraverso l’operato delle piccole case editrici, ne siamo certi.

      V. M. ha invece espresso un’esigenza umanissima degli scrittori esordienti, attraverso queste poche parole: “Quando inviamo un nostro manoscritto ad una casa editrice, credo che una risposta la meriteremmo. Magari anche negativa, ma motivata”. Lo crediamo anche noi, l’abbiamo già detto e lo ripetiamo: i responsi-fotocopia non servono a un tubo, e non sono professionali. La nostra casa editrice fornisce (senza chiedere un centesimo) schede di valutazione lunghe e dettagliate, indipendentemente dal responso. Cerchiamo di offrire qualcosa in più perché, francamente, ce ne freghiamo di ciò che fanno gli altri. Le normali case editrici inviano letterine prestampate? Fatti loro. Esistono le agenzie letterarie? E chi se ne frega. Combattiamo certi malcostumi da tempo, non ci lasceremo certamente mediocrizzare da chi sostiene che “la realtà è questa e bisogna accettarla perché tutti fanno così”.

      Qualcun altro, infine, ha sollevato un problema ancor più delicato, sostenendo che pure gli scrittori esordienti, accettando il ricatto del contributo, alimentano “questo circuito perverso”. Noi ci spingiamo oltre: non solo alimentano il circuito, ma sviliscono se stessi, il proprio talento (per chi ce l’ha) e la professione di scrittore. Confondono le acque, oltretutto, perché c’è gente convinta che uno scrittore, anche se pubblicato col contributo, sia superiore a uno scrittore rimasto anonimo per non aver ceduto al medesimo ricatto. Così non è. La differenza fra i due non è qualitativa, ma economica. Segno che la meritocrazia ormai non esiste più, o sopravvive a stento.

Sul fatto che gli scrittori siano concausa del problema, dunque, non ci piove. Da mesi ci sgoliamo ripetendo che bisogna cambiare la situazione. Che gli esordienti devono maturare un’etica forte. Che bisogna portare pazienza. Che bisogna evitare le case editrici a pagamento e incentivare quelle, coraggiose, che pur con un misero budget a disposizione si fanno in quattro per aiutare gli scrittori capaci ad uscire dall’anonimato. 

 

 

6) L'incuria di certi scrittori esordienti

Non passa giorno senza che qualche scrittore, contattandoci, non ci avverta che:

“per evitare spiacevoli incomprensioni, dichiaro di non essere disposto a pubblicare mediante contributo editoriale”.

Un’affermazione del genere lascia intendere che chi ci ha contattato, non solo non ha la più pallida idea di chi siano i sottoscritti, ma non si è premurato neanche di leggere la home page del sito. Avrà rintracciato l’indirizzo chissà dove, e poi via: romanzo in allegato e mail di routine. Noi non pretendiamo che qualcuno vada a leggersi ogni pagina del sito (operazione che porterebbe via, comunque, non più di mezz’ora), ma almeno il “programma d’intenti”, in modo da conoscere la nostra politica editoriale. Per non parlare del concetto stesso di “mail prestampata”, aborrita da certi scrittori esordienti quando sono le case editrici ad inviarle; per poi rivalutarle, invece, quando sono loro a non avere tempo…
Ci sono inoltre scrittori che dichiarano:

“dopo aver attentamente studiato il vostro catalogo, ho deciso di inviarvi questa raccolta di poesie, certo che potrà trovare adeguata collocazione all’interno del suddetto catalogo”.

Piccolo particolare: noi non pubblichiamo poesie…
In casi come questi, si passa dalla superficialità alla presa in giro. Un conto, infatti, è limitarsi a non leggere, un conto è fingere di aver letto (attentamente!) e dichiararlo per farsi belli. Fin qui abbiamo avuto il tempo (e la pazienza) di rispondere ogni volta che, come già specificato nel sito, la nostra casa editrice non prende in considerazione lavori di quel genere. Oggi, stanchi dell’approccio dilettantistico palesato da alcuni scrittori esordienti, abbiamo deciso di ignorare mail e lavori non in linea con quanto espressamente richiesto, inserendo l’avvertenza sul sito. È chiaro che i frettolosi, quelli che spediscono poesie e saggi che nessuno ha chiesto, non leggeranno l’avviso; tuttavia, potremo permetterci di ignorarli e di risparmiare (anche noi) un po’ di tempo.
Il mondo editoriale non è, come vorrebbe qualcuno, tutto bianco o tutto nero. Vi sono molteplici fasce intermedie, per cui generalizzare e categorizzare non ha alcun senso. C’è casa editrice e casa editrice, così come c’è scrittore esordiente e scrittore esordiente. In quest’ultimo caso, alcuni di essi mostrano attenzione e scrupolosità, altri denotano atteggiamenti superficiali che vanno soprattutto a loro svantaggio. Per fare i soliti esempi: a che pro spendere fior di euro per l’invio cartaceo di poesie e saggi, senza aver avuto PRIMA l’accortezza di appurare se quella determinata casa editrice è interessata a quel genere di pubblicazione?
E ancora: perché spedire un romanzo a una casa editrice a pagamento, se poi non si ha alcuna intenzione di contribuire alle spese? Non è meglio svolgere una piccola ricerca, prima di recarsi alle poste? Ma evidentemente alcuni scrittori preferiscono dilapidare risorse piuttosto che impiegare qualche minuto della propria vita a reperire le dovute informazioni.
È proprio questo il punto: tutto quel che facciamo – con particolare riferimento alla mole di informazioni presenti sul nostro sito, e inserite ormai da due mesi – ha lo scopo precipuo di far risparmiare agli scrittori tempo e/o denaro. Se scriviamo a chiare lettere “NON prendiamo in considerazione poesie e saggi”, è perché ci rammarica l’idea che qualcuno, per via di una nostra eventuale negligenza, possa gettare al vento soldi e speranze.
Idem per quel che riguarda l’invio dei lavori; anche su questo fronte, il nostro sito è molto chiaro: chi desidera inviarci del materiale cartaceo, magari romanzi poco voluminosi, è liberissimo di farlo. Chi invece predilige l’opzione dell’invio in allegato mail, è tenuto ad acquistare un lavoro presente nel nostro catalogo. Ora: fotocopiare e spedire (in posta prioritaria) un lavoro di 150 pagine costa circa dieci euro; i libri presenti nel nostro catalogo, invece, hanno un prezzo di copertina pari o inferiore a tale cifra. È chiaro (se la matematica non è un’opinione…) che uno scrittore, davanti alla necessità di spedire tomi superiori alle 150 pagine, ha tutto l’interesse ad avvalersi della spedizione in allegato. Cosa ancora più importante: in allegato è possibile spedire anche due lavori simultaneamente (due romanzi da 200 pagine l’una, per esempio), sempre dietro acquisto di un solo libro.
Nonostante questo, giungono in redazione quasi giornalmente dattiloscritti cartacei di centinaia e centinaia di pagine. Basta contare i francobolli o dare un’occhiata all’etichetta adesiva impressa sul plico, per scoprire quanto ha speso il mittente: in media, dai 4,50 ai 6,50 euro, con punte anche maggiori. Tutti i lavori, adeguatamente fotocopiati, presentano fascette laterali in plastica dura, e spesso sovraccoperte in cartoncino o in plastica. Per farla breve: c’è chi arriva a spendere più di 15 euro per fotocopiare, impaginare e inviare il proprio lavoro, quando basta spedirlo in allegato per risparmiare qualche euro e (soprattutto) portarsi a casa un libro.
Lungi da noi annoiarvi con la solfa del “bisogna aiutare concretamente la piccola editoria” (concetto che tanto resta a portata di pochi, e da pochi attuato), o elencare i motivi per i quali certe persone rinunciano volontariamente alle opportunità da noi offerte. Ma per tornare all’argomento iniziale, di una cosa siamo certi: molti scrittori rintracciano l’indirizzo della nostra sede leccese in giro per la rete (sul Rifugio, per esempio), prendono nota e poi spediscono direttamente il dattiloscritto, senza neanche premurarsi di visitare il nostro sito.
Perdendo, in questo modo, l’opportunità di risparmiare un po’ di soldi, di conoscerci meglio, e di evitare figuracce scrivendo mail lapidarie come questa:

“vi spedisco in allegato il mio ultimo romanzo. Attendo contratto”
 

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