In questa pagina del nostro sito trovate il “Manifesto contro il contributo editoriale”, che si propone:

-         nella teoria, di rendere accessibili a tutti informazioni, dati e aspetti sottaciuti o poco noti dell’universo editoriale, a pagamento e non, in modo da garantire agli scrittori esordienti e (in generale) agli utenti del sito la possibilità di meditare sui molteplici spunti di riflessione forniti dal “Manifesto”;

-         nella prassi, di creare un fronte comune contro l’editoria a pagamento. In tal senso, I Sognatori garantirà agli editori (scelti e contattati personalmente da Aldo Moscatelli, autore del “Manifesto”) che sottoscriveranno l’iniziativa, una pagina promozionale del sito, da aggiornare di volta in volta, nella quale saranno presenti i loghi delle case editrici aderenti, piccole biografie, i collegamenti di rete e quant’altro.

Facciamo presente che il “Manifesto contro il contributo editoriale” non ha fini di lucro o scopi secondari di qualsiasi genere.
La pagina delle case editrici che hanno già approvato l’iniziativa è presente QUI. La pubblicità garantita agli altri editori è del tutto gratuita e non prevede alcunché in cambio. L’idea è quella di fornire spazio e visibilità agli editori che hanno coraggiosamente rinunciato a una prassi ormai consolidata, quella della richiesta di contributo, assumendosi fino in fondo le responsabilità del proprio ruolo e garantendo agli scrittori la possibilità di svolgere (a loro volta) il proprio ruolo, che è quello di scrivere.
La necessità di superare il concetto di “concorrenza” per abbracciare un ideale più alto, quello di un’editoria pulita, coraggiosa e fondata sulla meritocrazia, nonché contraria alle speculazioni che molte (troppe) case editrici a pagamento portano avanti da anni impunemente: questo è il vero scopo del “Manifesto contro il contributo editoriale”.

Informiamo gli utenti che è possibile leggere una versione ridotta del "Manifesto" cliccando QUI.

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Manifesto contro il contributo editoriale
in 10 punti nodali

a cura di Aldo Moscatelli

 

1)
TESI
La richiesta di contributo è perfettamente legale da un punto di vista giuridico, e pone in evidenza il lato imprenditoriale della professione, dal momento che compito di un Imprenditore è massimizzare i profitti ed evitare le perdite, investendo se e quando ritiene giusto investire, prelevando fondi da terzi quando ritiene che le condizioni di mercato lo impongano.
ANTITESI
La richiesta di contributo è perfettamente illegale da un punto di vista etico, e pone in evidenza il lato meramente imprenditoriale della professione, dal momento che compito di un onesto Editore è innanzitutto massimizzare la qualità di ciò che pubblica ed evitare che esigenze di mercato annullino la funzione fondamentale dell’editoria coraggiosa: quella di dare spazio a chi lo merita davvero, indipendentemente dai soldi di cui lo scrittore esordiente dispone. Fattore, quest’ultimo, che nulla ha a che vedere col talento letterario.
SINTESI
In base alla vigente legislazione, un Editore è liberissimo di chiedere denaro a uno scrittore.
In base alla vigente legislazione, un Editore è liberissimo di non chiedere denaro a uno scrittore.
La questione, perciò, è innanzitutto deontologica.
Questo fattore, spesso dimenticato, ha delle ripercussioni che non possono essere sottaciute.
Innanzitutto occorre chiarire cosa si intende per “Editore”: Enrico Mistretta (docente di Sociologia, nonché esperto di promozione culturale per il Ministero degli Esteri, a Roma e a Bruxelles) definisce Editore, e specificatamente Editore di Cultura, colui che tutela “i libri che ritiene importante vengano letti, conosciuti o studiati […] In un Paese di grafomani, un editore lo si dovrebbe giudicare da quel moltissimo che rifiuta piuttosto che da quel tanto che pubblica” (E. Mistretta, L’editoria, Il Mulino, pagg. 38 e 45).
L’Editore, non avendo alcun obbligo di Legge, deve operare una scelta: esigere il contributo oppure rinunciarvi, facilitare la pubblicazione attraverso la richiesta-scorciatoia di una somma in denaro oppure investire di tasca propria (e in base alle proprie possibilità) su un numero “X” di Opere e Autori nei quali crede fermamente. L’importanza che egli attribuisce al libro presenta vari gradi d’intensità, nella misura in cui lo tutela. La prima tutela offerta a un’Opera letteraria riguarda l’investimento che la condurrà a perdere le caratteristiche del “manoscritto” per assumere quelle del “libro editato”. Se l’Editore investe in prima persona, la tutela di base offerta al libro è massima. Chiedendo all’Autore di investire in sua vece, la tutela di base è già carente, fino ad annullarsi completamente nei casi in cui è lo scrittore esordiente ad accollarsi in toto qualunque rischio di ordine economico. L’Editore che, al contrario, valuta con attenzione un manoscritto e desidera pubblicarlo a sue spese, con ciò stesso dimostra di credere fermamente nell’Opera e nel suo Autore: è questo il genuino lato imprenditoriale dell’editoria, quello che non prevarica sulle istanze culturali e qualitative della professione.
Allo stesso tempo, se è vero che (citando ancora una volta Mistretta) un editore lo si dovrebbe giudicare da quel moltissimo che rifiuta piuttosto che da quel tanto che pubblica, allora non è corretto definire “Editore” (e specificatamente “Editore di cultura”) chi, pur di entrare in possesso di una somma di denaro più o meno ingente, facilita la pubblicazione a getto continuo di Opere letterarie, indipendentemente dalla loro qualità.
Attraverso il transfert – totale o parziale – di responsabilità operato dal contributo editoriale, l’Editore non è più Editore in senso stretto (poiché ha ceduto parte delle sue competenze allo scrittore); nondimeno, lo scrittore che accetta la proposta non è più scrittore in senso stretto (poiché si è assunto dei compiti che non gli competono in alcun modo).
L’Editore che reclama il contributo editoriale, non solo mostra di credere ben poco nel potenziale dell’Opera e del suo Autore, ma esibisce anche un atteggiamento teso a considerare il libro un semplice oggetto di vendita.
Qui si gioca un’altra partita tra editoria a pagamento ed editoria non a pagamento: il valore attribuito al Libro, la sua stessa concezione. È chiaro che chi ne intravede unicamente le potenzialità commerciali, ragionerà su tutta la linea in termini commerciali e avanzerà la richiesta di contributo, che ai suoi occhi apparirà del tutto sensata. Chi invece considera il libro un oggetto con costi certi e ricavi incerti, e tuttavia differente da uno shampoo o da un frigorifero, restituirà al Libro il suo autentico e più profondo valore. Il libro è merce a tutti gli effetti, ma con un particolare valore sociale, di altissima utilità collettiva, e tale quindi da dover essere il più possibile salvaguardato (E. Mistretta, L’editoria, Il Mulino, pag. 14).
Stando così le cose, gli Editori che – attraverso il contributo – impongono agli Autori l’esborso di qualsivoglia somma di denaro, sviliscono la propria professione, il concetto di “libro” e finanche il ruolo dello Scrittore, cui non viene più chiesto semplicemente di dar fondo alla propria creatività, ma anche alle proprie risorse economiche.
Esemplificando: un Produttore Cinematografico onesto chiederebbe mai soldi a un Attore per consentirgli di lavorare in un film? No, perché è attraverso la sua arte (la recitazione) che l’Attore si guadagna la possibilità di entrare nel cast, così come uno Scrittore dovrebbe guadagnarsi la possibilità di entrare in un catalogo editoriale attraverso la propria arte (la scrittura).
Quel che altrove viene considerato “ricatto”, in ambito editoriale viene considerato “legittima richiesta”.

2)
TESI
Il budget di una casa editrice, specie se piccola e poco nota, troppo spesso non basta a coprire le spese derivanti dalla pubblicazione di un manoscritto. La richiesta di contributo non va quindi considerata una forma di lucro, ma un ausilio che l’Autore fornisce per coronare il proprio sogno.
ANTITESI
La corrente legislazione non solo non vieta la richiesta di contributo, ma non ne disciplina in alcun modo l’ammontare. Non vi sono tetti massimi o minimi. Chiunque può deliberatamente stabilirli. Esattamente per questo motivo, in altri termini, chiunque è libero di fissare una cifra forfetaria che – in primo luogo – copra almeno le spese di stampa, ed eventualmente garantisca un introito immediato e ancor meno giustificabile, poiché estraneo alle vendite dell’opera. Allo stato attuale, dunque, gli scrittori esordienti non forniscono un ausilio: si sostituiscono all’Editore.
SINTESI
L’editoria ha costi elevati: questo è fuor di dubbio.
Che tale certezza giustifichi la richiesta di contributo, è invece altamente opinabile. Traslare la discussione dal piano “etico” a quello “economico”, infatti, è già di per sé un errore (e questo discorso, che non verrà più ripetuto, vale per tutti gli altri punti del presente Manifesto), dal momento che le implicazioni deontologiche, assolutamente primarie, vengono poste ad hoc in secondo piano. Da questo punto di vista, chi avanza una richiesta di 5.000 euro non è né migliore né peggiore di chi avanza una richiesta pari a 100 euro. Le case editrici che – in linea teorica – vanno incontro alle esigenze degli scrittori esordienti chiedendo di pagare piccole somme, da questo punto di vista non si differenziano in alcun modo.
Di recente un Editore a pagamento ha dichiarato: chiediamo agli autori di acquistare soltanto 80/100 copie del libro a un prezzo molto scontato, in modo che lo scrittore possa avere anche un margine di guadagno. E so per esperienza che 100 copie vanno via facilmente.
Domanda: se 100 copie vanno via facilmente, perché allora incaricare lo scrittore di piazzarle? Se è tutto così semplice, per quale motivo non se ne occupa la casa editrice?
Ci sono poi Editori che operano così: stampano inizialmente una piccola tiratura e chiedono una piccola cifra all’autore. Poi stampano la seconda tranche, e chiedono un altro piccolo contributo. E così via. Anche in questo caso non cambia nulla, dal momento che si tratta di una banale dilazione di pagamento. Fra l’altro, basta sommare le varie cifre fornite all’Editore per comprendere meglio se si è trattato davvero di un piccolo aiuto. Qualora l’Editore pubblichi la seconda tranche soltanto in caso di esaurimento della prima tiratura, il discorso non cambia: se la prima tiratura non vende, egli si è comunque coperto le spalle col contributo, e a restare col proverbiale cerino in mano è l’Autore (vedi punto 7 del Manifesto).
Ad ogni modo, è già stato rimarcato come l’Editore non abbia obblighi circa il contributo editoriale: può chiederlo così come può tranquillamente rinunciarvi. Allo stesso modo, nessuna casa editrice è obbligata a mettere a repentaglio la propria sopravvivenza per pubblicare una o più opere. Se il budget ha dei limiti, occorre rispettarli e non pretendere che siano altri a porre rimedio.
Ergo: l’Editore a pagamento ragiona da grande Imprenditore quando deve fare i conti in tasca agli altri, ragiona da piccolo Editore quando deve fare i conti in tasca a se stesso. E dal momento che l’Editore fruga nelle tasche dello scrittore, sarebbe una gran cosa se anche gli scrittori esordienti frugassero nelle tasche dell’Editore a pagamento: l’Autore di un libro, cioè, dovrebbe essere libero di verificare la mancanza di liquidità dell’Editore che dichiara di necessitare dei soldi altrui per ristrettezze di budget, pretendendo di visionare la contabilità analitico-gestionale. Ma quanti editori a pagamento, davanti a una richiesta del genere, sarebbero disposti a rendere noto il proprio fatturato?
Esemplificando: una persona onesta, quando si reca al supermercato per fare la spesa, acquista prodotti in base ai soldi presenti nel proprio portafoglio. Se desidera ardentemente un oggetto al di fuori della sua portata, non lo ruba: vi rinuncia e basta.
Quel che altrove viene considerato “furto”, in ambito editoriale viene considerato “legittima richiesta”.

3)
TESI
La richiesta di una somma in denaro (specie se di notevole entità) è più che sensata, dal momento che una casa editrice non deve sostenere soltanto i costi di stampa, ma anche oneri di tipo differente: editing, correzione delle bozze, ISBN, registrazione, distribuzione e così via.
ANTITESI
I costi per la stampa, per la registrazione, per il codice ISBN, per l’editing, per la correzione della bozza, per la distribuzione e così via… sono costi – con relativo rischio d’impresa – impliciti nel concetto stesso di “professione editoriale”. Uno scrittore non può e non deve in alcun modo accollarsi compiti e responsabilità che non gli competono.
SINTESI
È ormai pacifico come, pur di giustificare una richiesta in denaro, le case editrici inventino necessità insussistenti (la registrazione del contratto presso misteriosi notai o addirittura presso la Questura) o costi elevati per servizi quasi gratuiti (l’ISBN costa pochi euro all’Editore, ma alcuni di essi richiedono allo scrittore 400/500 euro per apporre il suddetto codice). Per quanto riguarda editing e correzione delle bozze, chiedere a un Autore di accollarsene le spese significa ancora una volta operare un transfert di competenze, tanto più grave in quanto riferito a un aspetto importantissimo nella procedura di pubblicazione. Un Editore degno di tale nome, infatti, ha tutto l’interesse affinché il libro faccia la sua comparsa sul mercato nella migliore veste possibile. Ne va della sua credibilità e del suo buon nome. È proprio su questo fronte che l’Editore ha la possibilità di mostrarsi un vero Editore: investendo energie e risorse lì dove la qualità non può in alcun modo risultare deficitaria, pena una cattiva pubblicità presso i lettori. Stesso discorso per la distribuzione: un Editore ha tutto il diritto di improntare una strategia commerciale tesa al risparmio, ma non può pretendere di rivalersi su chi, come l’Autore del libro, ha già compiuto il proprio dovere fornendo un lavoro ritenuto – dall’Editore stesso – degno di essere pubblicato.
Tutto quel che ruota attorno all’ordinaria edizione di un libro non può in nessun modo essere addebitato allo scrittore esordiente. Ci sono anche editori gratuiti che non svolgono alcun editing sui lavori pubblicati, ma perlomeno non chiedono all’Autore di subentrare al loro posto: rischiano in prima persona una cattiva pubblicità presso gli scrittori esordienti e soprattutto presso i lettori.
Inoltre: tutti i costi affrontati vanno già a incidere sul prezzo di copertina (che viene calcolato, per l’appunto, tenendo in considerazione le varie voci di spesa: per dirla in gergo tecnico, i costi di produzione vengono moltiplicati per il coefficiente di moltiplicazione prestabilito). È questo ciò che fa un Editore con un sano spirito imprenditoriale: prende in considerazione i fattori di rischio e, se crede davvero nel libro, lo pubblica, lo pubblicizza e lo distribuisce nel modo che ritiene più opportuno. Senza ricorrere per forza di cose al contributo. Vendendo un tot copie, egli rientra in automatico nelle spese affrontate.
Ergo: vendendo – quindi svolgendo semplicemente il suo lavoro – l’Editore rientra in modo lecito (sul piano deontologico) nelle spese affrontate; chiedendo il contributo editoriale, l’Editore rientra più in fretta ma illecitamente (sul piano deontologico) nelle spese affrontate.
Esemplificando: se un appassionato di musica assiste a un concerto, ha senso che chi ha organizzato l’esibizione pretenda da lui una cifra X come rimborso per il noleggio degli amplificatori, dell’impianto luci, dello stadio e così via? No, perché tutti quei costi erano già stati preventivati nel costo del biglietto, che l’appassionato di musica ha regolarmente acquistato.
Quel che altrove viene considerato “follia”, in ambito editoriale viene considerato “legittima richiesta”.

4)
TESI
La richiesta del contributo editoriale è più che sensata, dal momento che gli scrittori sono molti e i lettori pochissimi. Il rischio d’impresa diviene viepiù insostenibile, e oggigiorno il pericolo di investire migliaia di euro senza la certezza di rientrare almeno parzialmente nella somma investita, è troppo elevato. Senza la richiesta di contributo è divenuto pressoché impossibile editare un libro.
ANTITESI
Se – com’è vero – gli scrittori sono molti e i lettori pochi, non vi è alcun bisogno di ricorrere alla richiesta di contributo: basta diminuire il numero di opere pubblicate (il che significa diminuire gli investimenti e quindi gli esborsi) e dunque attenersi a quella che è la realtà del Paese, piuttosto che pubblicare senza alcun criterio di tutto e di più, nella speranza di pescare prima o poi il best seller di turno.
SINTESI
In Italia il numero di scrittori esordienti è alto: non esiste un dato ufficiale in proposito, ma se un esperto di promozione culturale (il già citato Mistretta) definisce l’Italia un paese di grafomani, un motivo ci sarà. Il numero dei lettori “forti” risulta invece relativamente basso (erano 2 milioni nel 2002, secondo un’indagine Demoskopea), o comunque non adeguato ai 50.000/60.000 titoli che in media vengono pubblicati ogni anno.
Le case editrici a pagamento lamentano – com’è giusto – questa sproporzione, ma tentano di porvi rimedio nella maniera più insensata: aumentando ancor di più il numero di Autori e libri presenti sul mercato. Questo atteggiamento le fa passare in automatico dalla parte del torto, e dimostra in maniera incontestabile che la sproporzione di cui si lagnano è in verità il fattore che consente loro di sopravvivere più che bene.
Davanti a una sperequazione così evidente, infatti, avrebbe molto più senso destinare al numero ridotto di lettori “forti” un numero altrettanto ridotto di opere letterarie. Invece l’editoria a pagamento è quella che notoriamente inzeppa con maggiore impegno un mercato già saturo. Per quale motivo? Semplice: impegnarsi a fornire opere di qualità a pochi individui è assai faticoso, nonché meno remunerativo; si finisce per vendere (o più che altro “tentare di vendere”) un lavoro di 15/20 euro a un target ridotto, con tutti i rischi e le incertezze del caso. È molto più vantaggioso e sicuro, invece, reclamare il contributo editoriale: si finisce per ottenere (o tentare di ottenere) un introito di migliaia di euro da un target potenzialmente più ampio e certamente più malleabile. Soldi freschi ed immediati. Non si spiegherebbe altrimenti questa insana volontà di offrire soddisfazione immediata a tutti gli scrittori.
Il dato statistico summenzionato (riassumibile in un lapidario: pochi lettori, molti scrittori) va dunque a tutto vantaggio dell’editoria a pagamento, perché:
1) garantisce un alto numero di persone virtualmente circuibili (gli scrittori esordienti);
2) fornisce una scusante per giustificare la richiesta di contributo (i lettori sono così pochi…).
Questa corsa alla pubblicazione facile presenta una serie sterminata di conseguenze, fra le quali basta citarne quattro: la prima è che l’Editore ammette implicitamente di essere il primo a non credere nel progetto editoriale da finanziare; la seconda è che ha reso possibile la nascita di un numero impressionante di pseudo case editrici, in verità stamperie senza alcun pregio; la terza è che il mercato del libro è stato implementato da fiumane di libri, molti dei quali scadenti sotto tutti i punti di vista; la quarta è che ha consentito agli scrittori sprovvisti di talento, ma provvisti di un portafoglio gonfio, di giungere a una sospirata quanto illogica pubblicazione.
Da queste quattro conseguenze scaturiscono a loro volta altre conseguenze: una percentuale di case editrici non a pagamento, visti i tempi, opta per la conversione in casa editrice con richiesta di contributo; gli scrittori non disposti a cedere al ricatto del contributo si ritrovano a dover lottare contro una serie più ampia di speculatori, molti dei quali camuffati da persone oneste; soprattutto, la presenza mensile di migliaia di nuovi titoli impedisce ai lettori, specie quelli “forti”, di formarsi un’idea minimamente precisa circa il valore di un libro, bombardati come sono da una serie impressionante di inviti alla lettura. In questo marasma, i libri sui quali gli Editori coraggiosi hanno investito di tasca propria migliaia di euro, si perdono immeritatamente nel mucchio. Stessa sorte è destinata alle Opere superiori sul piano qualitativo, sia quelle pubblicate dell’editoria gratuita sia quelle – paradossalmente – pubblicate dall’editoria a pagamento. Fattore da non sottovalutare: un bravissimo scrittore che pubblica col contributo editoriale, si ritrova spesso e volentieri in un catalogo talmente sterminato da non riuscire ad emergere nel caos di titoli lanciati dal suo stesso Editore, e in generale nella babele di nuove uscite presenti su scala nazionale, babele prodotta soprattutto dalla tipologia di casa editrice cui si è affidato.
Ergo: l’editoria a pagamento, contrariamente a quel che si crede, con la sua inopinata valanga di pubblicazioni danneggia il meticoloso lavoro di selezione operato dall’editoria non a pagamento, nonché gli scrittori esordienti coraggiosi e/o dotati, i lettori, l’ecosistema (sempre che questo fattore interessi davvero a qualcuno) e il complesso editoriale nella sua totalità. Invade (seppur legalmente) il mercato del libro, creando una bolgia furiosa. Nonostante questo, denuncia la carenza di lettori e su tale base chiede agli scrittori esordienti di pagare il contributo editoriale.
Esemplificando: se un uomo si reca al cinema e la sala risulta vuota, qualcuno può imporgli un sovrapprezzo motivandolo col fatto che i posti sono tanti ma gli spettatori pochissimi? No, perché rischi del genere fanno capo a colui che decide di proiettare la pellicola, e se il film tira poco la colpa non è dell’astante. Anche perché, seguendo questa logica, una sala stracolma legittimerebbe lo spettatore a richiedere un rimborso parziale del biglietto.
Quel che altrove viene considerato “insulsa pretesa”, in ambito editoriale viene considerato “legittima richiesta”.

5)
TESI
Occorre ricordare che non tutte le case editrici a pagamento sono uguali. Alcune di esse, attraverso una strategia commerciale specifica, che prevede anche la richiesta di contributo, consentono a bravi scrittori di salire meritatamente alla ribalta: è proprio il pagamento del contributo editoriale a porre le basi per il susseguente successo. Senza di esso, tutto ciò non si verificherebbe.
ANTITESI
Innanzitutto occorre stabilire cosa si intende per libro “di successo”: in Italia il 50% dei libri vende una sola copia, quindi un libro che venda 5 copie è già – tecnicamente – un libro “di successo”. E di Concorsi e Premi letterari ce ne sono talmente tanti che un po’ tutti gli italiani, volendo ironizzare, hanno a casa un attestato, una coppa o un’antologia con impresso il proprio nome. Sono autori “di successo” anche loro? In seconda battuta, sarebbe interessante quantificare la percentuale di lavori “di successo” pubblicati dall’editoria a pagamento, dal momento che sfornando migliaia di lavori all’anno aumentano giocoforza le possibilità di trovare una gallina dalle uova d’oro, ma diminuisce drasticamente la proporzione tra il totale delle opere pubblicate e gli autori che hanno ottenuto un buon riscontro sul piano delle vendite. Infine, non è possibile affermare – al di là di ogni ragionevole dubbio – che lo scrittore talentuoso sia giunto a tagliare certi traguardi per aver pagato il contributo editoriale: non è possibile escludere, cioè, che rivolgendosi altrove e firmando per una casa editrice non a pagamento, avrebbe potuto ottenere il medesimo risultato (proprio perché “talentuoso”), senza però sborsare un centesimo.
SINTESI
Alcune case editrici a pagamento, operando con estrema professionalità, consentono agli Autori pubblicati di raggiungere traguardi più o meno prestigiosi. Tuttavia, un primo interrogativo emerge prepotentemente: se una casa editrice a pagamento lavora bene e riesce a portare al successo i suoi autori, perché chiede comunque il contributo editoriale? Se una casa editrice a pagamento non vende quanto vorrebbe, sostiene di necessitare del contributo economico dell’autore (perché i lettori sono pochi e gli scrittori sono tanti); ma com’è possibile che la medesima necessità venga manifestata anche dalla casa editrice a pagamento che pubblica autori di successo?
La risposta più sensata è: “perché per poter vendere molto… investe molto, quindi la richiesta di una cifra ingente è più che sensata”.
Occorre far presente che non c’è casa editrice a pagamento che possa vantare nel suo catalogo soltanto libri di successo. Se così fosse, contrattualmente sarebbe possibile assicurare la vendita di tot copie, ma quanti Editori si sbilancerebbero (si sbilanciano) a tal punto da offrire garanzie del genere? A poter essere garantita contrattualmente è la tiratura minima, ovvero il numero di copie che sarà possibile stampare, non il numero di copie che sarà possibile vendere. Inoltre, se tutti i libri o quasi fossero nel loro piccolo dei best seller, la casa editrice non avrebbe alcun reale motivo per pretendere il contributo, potendo contare a quel punto su una serie di introiti regolari e sostanziosi, come accade presso i colossi editoriali (Mondadori, Fanucci, Feltrinelli, ecc.) del nostro Paese. Tuttavia, il contributo viene chiesto a prescindere. C’è chi difende tali case editrici sostenendo che “sì, chiedono il contributo, ma almeno vendono davvero”; tuttavia, anche accettando questa linea di pensiero puramente materialistica, è evidente che la richiesta di contributo perde il suo scopo (favorire le vendite) nel momento in cui l’opera – per tutta una serie di ragioni – non vende quanto dovrebbe. Il che accade, che piaccia o meno. Venendo a mancare il presupposto formale della richiesta, il contributo perde anche la più labile giustificazione. Se il contributo serve a vendere di più, ma il libro poi non vende, i soldi forniti dallo scrittore dovrebbero essere quanto meno restituiti. Ma ciò avviene?
Ergo: la casa editrice a pagamento “che lavora bene” ottiene importanti introiti dalle vendite dei libri di successo. Da quelli sfortunati ottiene il contributo editoriale: tutto si risolve, ancora una volta, in favore della casa editrice.
Che alcune case editrici a pagamento abbiano in catalogo anche dei libri vincenti, è innegabile. È errato – nonché disonesto – porre tale condizione come scusante per la richiesta del contributo: agli scrittori esordienti viene prospettato il medesimo successo dello scrittore X o di quello Y (meri specchietti per le allodole), per dare manforte alla tesi secondo la quale il contributo è necessario per raggiungere il successo dello scrittore X, o di quello Y. Nessun riferimento a tutti quei libri che il successo, invece, non lo raggiungono affatto. Nessun riferimento a quegli scrittori che si ritrovano in casa centinaia di copie del proprio libro (se non a volte l’intera tiratura), e che a contratto scaduto non sanno cosa farsene. Nessun riferimento alle serate di presentazione disertate, all’assenza di riscontri in rete o in libreria, ai soldi spesi dagli Autori e mai più ritornati, e via dicendo.
Quindi i casi sono tre:
1) o il successo della casa editrice a pagamento si fonda in verità sui tantissimi contributi editoriali incassati ogni settimana;
2) o la casa editrice può contare davvero su grandi introiti derivanti dallo sbandierato successo in termini economici (ma in tal caso la sua richiesta di contributo risulta in misura maggiore insensata, e fonte di maggiore biasimo);
3) oppure (soluzione ibrida) la casa editrice fa leva su vendite dirette e contributi degli autori. In questo caso, però, appare in maniera lampante la possibilità (spesso negata da chi ha tutto l’interesse a mostrarsi “vincente”) di incappare in riscontri inadeguati, fattore di rischio che la rende identica a qualunque altra casa editrice.
Nel primo e nel terzo caso (il secondo è al limite del kafkiano), l’Editore a pagamento si guarderà bene dallo specificare in quale misura le richieste di contributo incidono sul bilancio aziendale: in circostanze del genere, sarebbe una gran cosa se gli scrittori esordienti fossero i primi a reclamare precisazioni in merito. Così come sarebbe una gran cosa se le case editrici a pagamento rinunciassero al contributo, per giocare ad armi pari con le case editrici gratuite sul terreno delle vendite, e dimostrare in concreto le proprie capacità.
Infine e soprattutto: dare a credere che il contributo editoriale sia “buono” quando può fornire un tornaconto personale e “cattivo” quando non garantisce alcun tornaconto personale, è l’essenza stessa della vanity press (vedi punto 10 del presente Manifesto).
Esemplificando: due ragazzini, di cui uno irresponsabile e l’altro coscienzioso, trovano una pistola. Il secondo propone di sparare a qualche barattolo, l’altro di nascondersi sul balcone e spaventare i passanti con alcuni colpi esplosi a casaccio. Quale adulto sano di mente, sorprendendoli, lascerebbe la situazione invariata, confidando nel fatto che uno dei due ragazzini è comunque diligente e farà un uso legittimo dell’arma? Quale adulto sano di mente andrebbe via senza spiegare che una pistola è un pericolo di per sé, indipendentemente da chi la maneggia?
Quel che altrove viene considerato una “pericolosa minaccia”, in ambito editoriale viene considerato “legittimo uso delle prerogative imprenditoriali”.

6)
TESI
Alcune case editrici a pagamento sono serissime, dal momento che non si nascondono dietro un dito ma dichiarano apertamente di chiedere il contributo editoriale, elencando persino le varie clausole, senza giri di parole e termini ambigui.
ANTITESI
Una casa editrice, a pagamento o no, ha il dovere di fornire tutte le informazioni che possano tornare utili all’utenza. Dovrebbe essere la norma, non l’eccezione.
SINTESI
Offrire notizie e dettagli senza ricorrere a una terminologia nebulosa, è senza dubbio una prassi poco seguita in ambito editoriale. Ragion per cui, se la casa editrice a pagamento agisce alla luce del sole, questa correttezza di base le va riconosciuta.
Tuttavia, la trasparenza mostrata nel rapporto con gli utenti non ha nulla a che vedere con la liceità del contributo editoriale. Si tratta di due cose poste su piani completamente differenti. Un’ammissione di colpa non cancella la colpa, la sottolinea.
Una casa editrice che dichiara apertamente di pretendere il contributo editoriale è senza dubbio migliore di una casa editrice che finge di non chiederlo per poi agire in senso contrario. Ma non sarà mai migliore di una casa editrice che – semplicemente – non chiede alcun contributo editoriale, quand’anche quest’ultima non lo sbandieri ai quattro venti.
Tale modo di ragionare, tuttavia, è emblematico dello stato in cui è ormai ridotta l’editoria italiana, e soprattutto delle bassissime aspettative che gli scrittori esordienti nutrono nei riguardi delle case editrici.
Esemplificando: se un ladro, dopo aver saccheggiato un’abitazione, lascia al proprietario dell’immobile un elenco dettagliato di tutto ciò che ha sottratto, è forse per questo meno “ladro”?
Quel che altrove viene considerato “nebbiosa attenuante”, in ambito editoriale viene considerato “motivo di vanto”.

7)
TESI
Rivolgersi all’editoria a pagamento ha senso nel momento in cui ci si rende conto che quella non a pagamento è spesso mal organizzata, nulla sul piano della distribuzione e deficitaria su quello delle vendite. Cos’è meglio: non pagare un centesimo e vendere tre copie, senza uno straccio di sostegno pubblicitario e distributivo, oppure investire su se stessi firmando un contratto con una casa editrice a pagamento, che saprà sfruttare debitamente i soldi forniti?
ANTITESI
È stato detto che non tutta l’editoria a pagamento lavora male: questo è vero senz’altro anche per l’altro tipo di editoria, quella che non specula.
Poi è chiaro che finché l’editoria a pagamento potrà contare su risorse maggiori (derivanti dall’incasso del contributo) e potrà accentrare i piccoli spazi liberi (lasciati dalla grande editoria) mediante immissione a getto continuo di libri, la situazione non cambierà mai.
SINTESI
Alcune case editrici a pagamento non promettono mari e monti sul piano dei riscontri, altre invece sì. Nel primo caso, rivolgersi a una casa editrice a pagamento piuttosto che a una casa editrice gratuita, non evidenzia (già nelle premesse) maggiori possibilità di successo. Nel secondo caso, si cercherà di convincere l’autore – al momento della firma del contratto – che il successo già ottenuto da altri scrittori è dietro l’angolo, e che dovendo firmare per la casa editrice nella quale è presente il nome altisonante, sussista un’equazione di questo tipo:
se a suo tempo lo scrittore X ha firmato con la casa editrice B e ha raggiunto un successo pari a 10, allora anche lo sconosciuto scrittore J (firmando con B) raggiungerà il successo di X.
Si tratta di un escamotage psicologico piuttosto dozzinale, volto a distorcere la realtà e a incentivare l’accettazione della richiesta di contributo. Chi conosce a fondo l’universo editoriale, sa bene che statisticamente questo investimento non offre maggiori garanzie; di assolutamente sicuro c’è soltanto l’esborso, il ritorno in termini di visibilità e vendite è incerto. Le case editrici a pagamento tendono a ostentare l’apice, non quel che c’è sotto. Ragion per cui molti scrittori esordienti, pur attendendosi di raggiungere il successo dello scrittore X (pari a 10) si ritrovano invece a ottenere riscontri nettamente inferiori. Ne deriva che il glorificato successo di pochi autori maschera il successo medio della casa editrice (che numericamente è sempre più basso). E come già rimarcato, qualora al pagamento del contributo faccia seguito un flop sul piano delle vendite, lo scrittore non viene risarcito. Eppure ha pagato migliaia di euro nell’ingenua certezza di poter ottenere i risultati raggiunti da altri autori, quelli che la casa editrice B incensava al momento di firmare il contratto.
Vediamo ora cosa accade nell’editoria gratuita.
Innanzitutto, l’investimento viene effettuato coi soldi dell’Editore, lo scrittore esordiente non rappresenta a priori una voce di guadagno sul piano computistico, bensì di spesa (per via dei vari oneri). Naturalmente anche questo tipo di Editore tenterà di vendere il più possibile, in modo da procurare lustro all’autore e all’opera sui quali ha investito, e non ultimo alla casa editrice. La differenza fondamentale è proprio qui: se l’Editore a pagamento può contare fin da subito su una copertura totale o parziale delle varie voci di spesa, e può dunque conferire alla vendita concreta un peso minore (ha le spalle coperte o semicoperte, per intenderci), l’Editore non a pagamento dovrà giocoforza impegnarsi allo spasimo per rientrare almeno nelle spese. Ha tutto l’interesse, insomma, a vendere. Sul piano motivazionale la sua superiorità è indiscutibile. Che poi questi sforzi si concretizzino in risultati sensibili, dipende (come per l’editoria a pagamento) da una molteplicità di fattori, per cui anche in questo caso il ritorno in termini di visibilità e vendite è incerto.
Molti scrittori, quando si parla di contributo, ignorano le implicazioni di carattere etico e preferiscono considerare unicamente l’aspetto economico della faccenda. Per completezza, dunque, vediamo cosa accade in concreto nelle tasche dello scrittore esordiente e in quelle dell’Editore, in un caso e nell’altro.
Esempio: a un Autore viene richiesto, come spesso accade, un contributo pari a 2000/2500 euro per una tiratura di 500 copie stampate in digitale, con percentuale sugli incassi (laddove prevista) pari al 10% sul prezzo di copertina al netto delle imposte. Ammettiamo che il libro abbia un prezzo di copertina pari a 12 euro: se tutte le copie vengono vendute, contrattualmente lo scrittore guadagna all’incirca 600 euro. Ma ne ha sborsati 2000/2500, quindi è in rosso di circa 1400/1900 euro. Per poter rientrare nelle spese dovrà sperare in una o più ristampe e nella vendita di circa 1800/2200 copie: in quest’ultimo caso non guadagnerà comunque nulla. L’Editore invece ha ottenuto un contributo spese pari a 2000/2500 euro, e vendendo 500 copie ha ottenuto un guadagno lordo di 6000 euro. In totale 8000/8500 euro, che coprono abbondantemente tutte le voci di spesa e consentono un introito netto. Se l’Opera vende zero copie, eventualità affatto remota secondo i dati statistici, l’autore si ritrova in rosso di 2.000/2500 euro; l’Editore (che in questo caso non dovrà nulla all’Autore, dal momento che il 10% di zero è comunque zero) potrà invece utilizzare i 2000/2500 euro del contributo per coprire parzialmente o totalmente le spese affrontate per l’edizione del libro. E se un libro vende zero copie, è francamente arduo immaginare che l’Editore abbia investito più di 2500 euro sull’Opera… anche perché, se così fosse, le capacità imprenditoriali dell’Editore sarebbero anch’esse prossime allo zero.
In un caso e nell’altro a correre i rischi maggiori, e quindi ad avere la peggio, è decisamente lo scrittore esordiente. È facile comprendere, dunque, per quale motivo l’editoria con contributo sopravvive più che bene anche in presenza di vendite ridotte. Indipendentemente da quel che una casa editrice a pagamento garantisce ai suoi autori, è facile comprendere altresì per quale motivo essa cerca in tutti i modi di accampare scuse in merito alla richiesta di contributo, tentando – a volte subdolamente – di convincere gli utenti di agire quasi disinteressatamente.
Nel caso dell’editoria gratuita, e fermo restando le condizioni ipotetiche di cui sopra, vendendo 500 copie un Autore ottiene un guadagno netto di circa 600 euro. Non avendo speso nulla, il suo è un guadagno pulito. Se il libro vende poco, ad esempio 10 copie, lo scrittore esordiente può comunque contare su un attivo: cifra insignificante sul piano economico, ma pur sempre positiva in termini matematici. Quand’anche venda zero copie, non ci rimette niente: nulla ha dato e nulla ha ottenuto. In caso di basse vendite, perciò, ad avere la peggio è la casa editrice, a conferma che l’editoria non a pagamento possiede molti più stimoli nella direzione della vendita.
Qualcuno ribatterà che, per il bene dell’Opera e della sua fruibilità, è comunque auspicabile che uno scrittore esordiente (pur rimettendoci sul piano economico) si rivolga a una casa editrice in grado di piazzare capillarmente l’opera. Teoria fortemente discutibile di per sé, ma andiamo oltre. Tre obiezioni: se bisogna farne una questione numerica, è giusto far presente che a godere di una distribuzione capillare, allo stato attuale, sono quasi esclusivamente le case editrici non a pagamento (le più note, per intenderci), piuttosto che quelle a pagamento. Seconda obiezione: presenza non significa visibilità, né vendita (altrimenti tutti i libri presenti in libreria godrebbero della stessa visibilità e/o venderebbero il medesimo numero di copie). Terza obiezione: se un Autore desidera esclusivamente che il proprio lavoro giunga al maggior numero di persone, e non punta a raggiungere determinati traguardi sul piano economico, oggigiorno può tranquillamente rivolgersi ai nuovi servizi (molti dei quali assolutamente gratuiti) offerti dalla rete, e mirare a una promozione nel web e/o in luoghi fisici appositamente deputati, a volte col risultato “indiretto” di attirare l’attenzione di qualche Editore serio. Non si arriva in libreria, ma spesso non ci si arriva nemmeno con le case editrici, a pagamento e non; soprattutto, anche entrando in libreria c’è poco da stare allegri: secondo i dati forniti qualche anno fa da un’associazione di librai (Libris), il 30% delle Opere presenti in libreria vende zero copie, il 38% una sola copia. Fino al 2004, in base alle notizie riportate da alcuni quotidiani (tra i quali Il Giornale), il 72% non andava oltre le tre copie vendute.
In fin dei conti, se lo scrittore esordiente si sostituisce all’Editore nel momento in cui occorre tirar fuori i soldi, ha ancora più senso che lo scrittore si sostituisca all’Editore quando ha la possibilità di gestire in prima persona le sue risorse, . Anche se quest’ultima eventualità piace poco all’editoria a pagamento…
Citando lo scrittore e giornalista Culicchia, in Italia esiste un severo dato statistico secondo cui più del 50% dei libri pubblicati in Italia vende tra zero e una copia: un autore, con le sue sole forze, può senza dubbio fare di meglio.
Insomma: pubblicare per essere ignorati non ha alcun senso, ma (fermo restando che certezze di successo o insuccesso non ce ne sono, né in un caso né nell’altro) con una casa editrice gratuita, o tramite una robusta promozione fai da te (essa sì configurata alla stregua di un vero auto-investimento), almeno si rischia di rimanere sconosciuti e ignorati a costo zero.
Esemplificando: un sommozzatore viene a conoscenza di un’antica nave arenata sul fondale marino, e nella speranza di trovarvi qualche antico reperto noleggia un’attrezzatura professionale, quindi s’immerge. Rintraccia il vascello e lo esplora accuratamente, ma tutto quel che riesce a scovare sono alcuni reperti di piccolo valore. A un certo punto l’ossigeno è quasi terminato, e tuttavia la sua attenzione viene attirata da qualcosa che luccica in lontananza. Non sa di cosa si tratti, ma è consapevole che la sua borsa non può contenere altri oggetti, e che il poco ossigeno rimasto non gli garantisce di andare e tornare senza rimetterci la pelle. A quel punto può svuotare la borsa e avventurarsi nella direzione dell’oggetto che luccica, scansando i numerosi scheletri che stranamente si concentrano in prossimità della luminescenza, oppure tenersi stretto i reperti già trovati e mettersi in salvo: spetta a lui prendere la decisione che reputa maggiormente sensata…
Quel che altrove viene considerato “probabile suicidio”, in ambito editoriale viene considerato “coronamento di un sogno”.

8)
TESI
L’attuale ostilità al contributo editoriale è frutto di una generica opposizione di principio. Chi conosce bene la storia dell’editoria, sa bene che già in passato autori di grandissima levatura (come Alberto Moravia) pagarono una somma di denaro per poter realizzare il proprio sogno. Se uno scrittore esordiente crede davvero in ciò che ha scritto, ha tutto il diritto di giocarsi la carta dell’editoria a pagamento.
ANTITESI
Tutti gli scrittori credono davvero in ciò che hanno scritto, è chiaro, quindi questa tesi è soltanto un pretesto per spingere gli scrittori esordienti a rifugiarsi nell’editoria a pagamento. Se crede davvero in ciò che ha scritto, lo scrittore deve – piuttosto – pretendere da se stesso di arrivare alla pubblicazione senza scendere a compromessi con l’editoria a pagamento.
SINTESI
Il pagamento del contributo ha condotto un ristretto numero di scrittori (percentualmente quasi insignificante) a entrare nella Storia della letteratura.
L’opposizione di principio ha condotto grandi personalità del passato a compiere gesta entrate nella Storia, sia quella raccontata dai libri, sia quella – ugualmente importante – che fa capo al nostro vissuto (la Storia personale).
A memoria d’uomo non s’è mai visto un Autore che, sottoponendo un lavoro all’Editore, ammetta preventivamente che la sua opera è penosa. Ripetendo ogni volta che Moravia – o chi per lui – pagò il contributo, si cerca di ammantare di normalità qualcosa che di normale non ha nulla. E come dimostrato nel punto 5, ogni volta che l’editoria a pagamento deve tirar fuori qualche argomentazione, ricorre sistematicamente all’escamotage del nome noto o stranoto da porre come modello vincente. Ecco allora che implicitamente si dichiara:
1) se il tuo manoscritto viene stroncato da tutti ma tu credi davvero in te stesso, sei come Moravia;
2) se l’editoria gratuita non ti consente di pubblicare, sei come Moravia;
3) se firmi con una casa editrice a pagamento, sei come Moravia.
E così via.
Di questo passo lo scrittore s’illude di essere Moravia, la casa editrice a pagamento non fa nulla per convincerlo del contrario, ed ecco che giunge la firma sul contratto.
Nell’arco di due anni, nella maggior parte dei casi l’autore stesso si rende conto che:
1) se il tuo manoscritto viene stroncato da tutti, può darsi che l’opera sia ancora acerba e dunque perfettibile;
2) se firmi con una casa editrice a pagamento, l’opera acerba non diventa improvvisamente matura;
3) se l’editoria gratuita non ti consente di pubblicare, forse è perché ha letto sul serio il manoscritto e l’ha valutato per quello che è, fornendo poi un responso schietto e privo di malizia, anche perché non ha nulla da perdere e nulla da guadagnare nel rifiutare un manoscritto. Contrariamente all’editoria a pagamento, che invece ha ottime ragioni per ingrossare le sue fila, in virtù dei sostanziosi introiti garantiti dal contributo editoriale.
Soprattutto, ci si rende conto che una serie di comuni esperienze non consente a uno scrittore di ereditare per magia il talento e la popolarità di un grande della letteratura. Compiendo il percorso di Moravia, non si diventa Moravia, né sul piano quantitativo né (soprattutto) sul piano qualitativo.
Esemplificando: a 15 anni, il poeta Ferlinghetti fu arrestato per furto. Poco più che ventenne, Conrad perse a carte lo stipendio di un intero anno. Nel 1951, William Burroughs uccise la moglie sparandole in testa sotto l’effetto dell’alcool. A uno scrittore esordiente basterà dunque comportarsi da taccheggiatore, biscazziere e uxoricida per diventare un grande Autore?
Quel che altrove viene considerato “sordido abbaglio”, in ambito editoriale viene considerato “ottima chance”.

9)
TESI
L’editoria a pagamento diviene lecita nel momento in cui reclama il contributo soltanto per quei generi letterari difficili da piazzare. Le poesie, ad esempio, sono notoriamente senza mercato. I maggiori rischi corsi dall’Editore giustificano così la richiesta di un aiuto finanziario. E il coraggio mostrato dalle case editrici disposte a pubblicare generi poco appetibili commercialmente va senza dubbio elogiato.
ANTITESI
Un editore ha la possibilità di mostrare il suo coraggio e le sue capacità proprio quando si misura coi generi meno accettati. Senza considerare che quel che oggi non tira, domani potrebbe diventare un trend. Fino a qualche anno fa, ad esempio, il fantasy interessava soltanto pochi lettori di genere: oggi, col successo della Rowling e la riscoperta di Tolkien e Lewis, il fantasy è uno dei generi più seguiti. Così ora tutti investono nel fantasy, a dimostrazione che gli editori – a parte rare eccezioni – impiegano sul serio il proprio denaro soltanto quando credono di andare sul sicuro.
ANTITESI
Il mercato dei libri conosce – come del resto tutti gli altri “mercati” – una serie di tendenze più o meno schizofreniche. Non c’è un genere che, alla stregua dei beni-rifugio nel settore degli investimenti, possa garantire vendite di una certa rilevanza; al massimo può limitare su base teorica il rischio d’impresa, ma nient’altro. Capita anche che il genere letterario poco trendy s’imponga all’improvviso grazie a variabili d’ogni genere.
Tuttavia, al di là di queste considerazioni, un Editore è libero di pubblicare quel che desidera, anche o soltanto letteratura di tendenza; su questa base, che senso ha chiedere il contributo per i generi letterari di nicchia? Se l’Editore non vuole osare, gli basterà non pubblicarli e rivolgere i propri sforzi altrove. Nessuno lo obbliga a lanciare sul mercato opere a suo dire “rischiose”. Nonostante questo, l’Editore a pagamento ci tiene a lasciare aperto uno spiraglio, e occorre chiedersi il perché. Amore e rispetto nei riguardi dei generi meno commerciali? Improbabile, visto che presupposti del genere – se realmente sinceri – spingerebbero un Editore a pubblicarli senza contributo. La risposta va quindi cercata altrove. L’Editore sa che il genere “Y” non ha mercato. Nonostante questo, si offre di pubblicare un libro che in teoria ha bassissime possibilità di riscuotere un successo commerciale. Se lo facesse senza chiedere alcun contributo, andrebbe apprezzato per il coraggio; chiedendolo, non c’è nessun motivo per il quale profondersi in lodi (sebbene gli editori a pagamento vadano in brodo di giuggiole quando vengono scambiati per filantropi).
Sulle poesie, in particolare, c’è una diffusa ipocrisia: gli editori sanno perfettamente che sono in pochi a leggerle ma in tantissimi a scriverle (probabilmente ci sono più poeti che novellieri, nel nostro Paese), e allora ecco spiegato il motivo per il quale le raccolte di poesia fanno gola a moltissimi editori, sebbene quasi nessuno ormai le pubblichi a costo zero.
Ergo: i generi letterari considerati per pochi vanno pubblicati perché, sebbene quasi inutili sul piano delle vendite, spesso sono quelli in grado di portare il maggior numero di scrittori esordienti alla firma di un contratto con richiesta di contributo.
Correlato a questo tema è quello dell’editoria mista: alcuni editori dichiarano di non avanzare richieste di contributo nei riguardi dei libri che più li convincono (per determinati meriti), e di attendersi un aiuto economico soltanto dagli Autori che – pur capaci – non hanno mostrato il medesimo talento. In questo caso si opera una distinzione tra scrittori di serie A e scrittori di serie B. La domanda è sempre la stessa: non essendoci obblighi di alcun tipo, per quale motivo un Editore avverte l’impellente necessità di pubblicare un lavoro che non lo convince appieno? Se un po’ di vera stima sussiste, non è più corretto che l’Editore dica a uno scrittore: sei bravo, ma puoi migliorare, fatti sentire più in là? Oppure: cerca un Editore che possa credere nel tuo talento più di quanto ci creda io? Non è forse un reato, sul piano deontologico, far esordire uno scrittore reputato non ancora pronto per un passo del genere? Non è forse un reato, sul piano deontologico, far esordire uno scrittore verso il quale non si nutre abbastanza stima?
No: lo scrittore di serie B non bisogna lasciarselo scappare. E come lui lo scrittore che ha la “sfortuna” di trovarsi a proprio agio nei generi letterari con bassi riscontri commerciali.
Per quale reale motivo?
Esemplificando: il capitano di una nave, dopo aver udito lo scampanellio dell’allarme, nota un uomo in mare. Guarda il naufrago, e sull’istante ordina ai suoi uomini di lasciarlo dov’è, dal momento che la costa non è lontana, che i posti sulla nave sono tutti occupati e che lui non ha tempo da perdere. A un certo punto però il naufrago solleva un braccio e mostra uno scintillante Rolex d’oro. Se il capitano cambia all’improvviso opinione, dichiarando che uno spazietto per il naufrago lo si può sempre rimediare, il comandante va considerato un benefattore?
Quel che altrove viene considerato “un infido do ut des”, in ambito editoriale viene considerato “difesa della cultura di nicchia”.

10)
TESI
L’editoria a pagamento è perfettamente lecita perché da un lato non conosce impedimenti o limitazioni di natura giuridica, e dall’altro si rivolge a scrittori maggiorenni e “vaccinati”, che firmano contratti nel pieno possesso delle proprie facoltà. Se l’autore non ha difficoltà economiche, e magari ambisce soltanto a far girare il libro fra i suoi amici, allora non si capisce dove sia il problema.
ANTITESI
L’idea che uno scrittore esordiente sborsi fior di quattrini per vantarsi con gli amici è ridicola. Laddove sia aderente alla realtà, mette i brividi. Gli autori seri scrivono con altre finalità. Ad ogni modo, la maggior parte di essi ormai viene indotta a credere che non vi siano alternative al pagamento del contributo editoriale. C’è una diffusa disinformazione al riguardo: disinformazione che viene alimentata dall’editoria a pagamento, giacché è stranoto (basta farsi un giro per il web e raccogliere dalla voce degli scrittori le molteplici testimonianze) che gli editori a pagamento insistono regolarmente, in sede contrattuale, sul fatto che senza aprire il portafoglio ormai non è più possibile coronare il proprio sogno, e che – guarda caso – le loro condizioni contrattuali sono le più vantaggiose sul mercato.
SINTESI
In base alla vigente legislazione, uno scrittore esordiente è liberissimo di fornire denaro a una casa editrice a pagamento.
In base alla vigente legislazione, uno scrittore esordiente è liberissimo di non fornire denaro a una casa editrice a pagamento.
La questione, perciò, è innanzitutto deontologica. Da questo punto di vista, chi accetta una richiesta di 5.000 euro non è né migliore né peggiore di chi accetta una richiesta pari a 100 euro.
La terminologia italiana appare meno efficace rispetto a quella inglese, quando si parla di editoria a pagamento. In inglese, infatti, viene utilizzata l’espressione vanity press: pubblicazioni offerte e accettate per assecondare la vanità di chi scrive. E in molti casi rende perfettamente l’idea.
Un luogo comune vuole però che chi pubblica a pagamento sia per forza di cose un incapace, e chi pubblica gratuitamente una penna talentuosa. Trattandosi di un luogo comune, non corrisponde a verità.
Ma il punto è un altro.
Nella transazione che conduce un Autore a pubblicare col contributo, l’elemento imprescindibile non è il talento, dunque il valore di ciò che si è scritto. In concreto si può essere lo scrittore più bravo del mondo, ma se non si ha a disposizione la somma richiesta (e la volontà di fornirla all’Editore), la transazione non si chiude. Ergo: il talento è elemento accessorio, quello economico trasforma un Autore “non pubblicabile” in Autore “pubblicabile”. È l’elemento discriminante. Discrimina, cioè, tra chi ha denaro e chi non lo ha, tra chi è disposto a piegarsi e chi no.
È questa la verità inconfutabile.
Se ad esempio una casa editrice ha intenzione di varare una collana dedicata al romanzo noir, e cerca dieci scrittori da pubblicare, essa passerà al vaglio tutto il materiale giunto in redazione e stabilirà la rosa dei dieci autori cui fornire una chance di pubblicazione. Ammettiamo che sia rimasto libero un solo posto. Se la casa editrice è a pagamento, e offre l’ultimo contratto disponibile a un Autore di grandi capacità ma impossibilitato a fornire la cifra richiesta (o più semplicemente contrario per principio a tali proposte), il posto vacante verrà offerto immediatamente a un altro Autore e a un altro romanzo, non previsti nel progetto iniziale.
Ipotizziamo una parità di talento: a quel punto, cos’è che stabilisce chi è dentro e chi è fuori? Semplice: i soldi, e la volontà di fornirli all’Editore.
È evidente, in questo modo, che su base economica e quindi extra-letteraria, l’editoria a pagamento agevola alcuni scrittori e ostacola altri: non può dunque essere considerata in alcun modo una forma imprenditoriale ugualitaria e meritocratica.
Ed è questo il motivo principale per il quale tutti gli scrittori esordienti dovrebbero osteggiarla.
Nel momento in cui il pagamento del contributo viene considerato invece un “fatto” personale, senza tenere in considerazione quel che esso implica per un numero non indifferente di altre persone, ecco che scatta la vanity press: lo scrittore si ripara dietro la motivazione di non aver trovato nessuno disposto a credere in lui e la vanità ha la meglio su qualunque codice etico, sebbene in moltissimi casi non sia stata nemmeno presa in considerazione l’idea di aver cercato poco e male, o di aver scritto un’Opera che semplicemente non merita la pubblicazione, e che quindi è necessario migliorare (per migliorare al contempo se stessi). È preferibile illudersi di essere come Moravia. Si guarda al proprio orticello, e si dimenticano – o non si considerano affatto – conseguenze e implicazioni. Esattamente come colui che getta una cartaccia pensando che tanto una in più o una in meno non fa alcuna differenza. Per cui chi accetta di pubblicare un lavoro pagando una parcella di 100 euro, ritiene erroneamente di aver fatto un affare e di essersi rivolto a gente onesta, ignorando che col suo decisivo apporto ha rafforzato un sistema teso a conferire maggiore rilevanza ai soldi dello scrittore piuttosto che alle sue capacità. Un sistema che altrove, e ad altri scrittori, potrà concedersi il lusso di reclamare non 100 euro, ma 5.000, o 6.000, o anche più. Ignorando persino, e in ultima analisi, che chi oggi rafforza il sistema con 100 euro domani potrà pagarne le conseguenze e vedersi recapitare soltanto richieste di contributo pari a migliaia di euro.
Chi è causa del suo male, presente o futuro, pianga se stesso.
Naturalmente chi non crede in valori quali l’uguaglianza e il merito, se ne fregherà e firmerà lo stesso il contratto, costruendosi un curriculum di pubblicazioni conquistate a suon di assegni. Curriculum che, va da sé, non impressionerà nessuno, dal momento che – come è stato dimostrato – una pubblicazione a pagamento è una pubblicazione fondata su meriti extra-letterari.
L’editoria seria dovrebbe, già di suo, impedire il proliferare di tali forme di vanità, giacché la pubblicazione di un libro dovrebbe presentare una serie di elementi, presupposti e finalità che nel caso della vanity press nulla hanno a che vedere con la scrittura artisticamente intesa.
Coloro i quali, pur non possedendo nemmeno le basi, si divertono ad imbrattare qualche foglio di carta con lo scopo di gongolare in seguito al cospetto di amici, parenti e conoscenti, non dovrebbero usufruire di una scorciatoia – perché il pagamento del contributo editoriale è fondamentalmente questo: una scorciatoia – rispetto a chi impiega il proprio tempo per crearsi uno stile, una competenza tecnica di rilievo e (in definitiva) dare vita a un libro dignitoso. E questo discorso vale per tutti i generi letterari, e per tutti i libri, compresi quelli di facile fruizione. L’editoria a pagamento, che in molti casi non legge nemmeno i manoscritti degli Autori ed offre un contratto a prescindere, preferisce sempre più spesso mettere fretta allo scrittore, lodare un manoscritto con palesi lacune, lasciare intendere che il pagamento del contributo è condizione propedeutica per la pubblicazione, e che alternative non ce ne sono. In una sola parola: mente.
Ancor più pericoloso è fornire una singola giustificazione a qualsivoglia casa editrice a pagamento: perché (ad esempio) se giustifichiamo chi pretende il contributo in virtù di pubblicazioni poco appetibili al grande pubblico, ci sarà qualcun altro che giustificherà chi chiede il contributo per limiti di budget, e quelle che lo reclamano perché lavorano bene, e quelle che sostengono che lo fece pure Moravia, o quelle che però hanno l’onestà di dirtelo prima, e così via.
È la mancanza di una posizione ferma nei riguardi della richiesta di contributo ad aver agevolato il proliferare delle case editrici a pagamento e la nascita di variabili sempre più mortificanti per l’arte letteraria: per cui oggi non viene più chiesto semplicemente del denaro da fornire in comode rate mensili (come se la pubblicazione di un libro fosse paragonabile alla compravendita di una lavatrice), ma emergono una serie di condizioni viepiù paradossali. Mettendo da parte il fatto che è sempre più frequente la richiesta di denaro presso minorenni, individui che per ovvie ragioni spesso ignorano tutto quel che si nasconde dietro un contratto editoriale, va notato come tale istanza venga ormai reclamata nei modi più fantasiosi: ci sono case editrici che giustificano un esborso per apporre il codice ISBN, altre che lo pretendono per pagare il distributore, o per l’editing, altre che ne sostengono la necessità per ragioni legate alla registrazione del contratto, altre che obbligano lo scrittore ad acquistare i resi, e molto altro ancora. Qualche anno fa, un editore contattò persino una serie di scrittori garantendo la pubblicazione a coloro che gli avrebbero fornito i soldi per svolgere una costosissima indagine di mercato, a suo dire assolutamente necessaria.
Di questo passo, un giorno ci saranno Editori che pubblicheranno uno scrittore soltanto se quest’ultimo si renderà disponibile a lavargli ogni giorno la macchina…
Dal punto di vista dell’Editore a pagamento, insomma, ci sono tanti buoni motivi per reclamare il contributo. È allora necessario che gli scrittori esordienti maturino un’etica forte nei riguardi di questa problematica, in modo da comprendere che per ogni motivazione apparentemente valida per accettare un contratto a pagamento, ce ne sono almeno due per rifiutarlo.
Marc Connelly disse una volta: “Meglio scrivere per se stessi e non avere pubblico, che scrivere per il pubblico e non avere se stessi”.
Ed è esattamente quello che ogni scrittore davvero capace, o desideroso di diventarlo, dovrebbe pensare, per poi agire di conseguenza.
Se l’editoria a pagamento sollecita impazientemente la chiusura di un accordo contrattuale, allora c’è un buon motivo per temporeggiare e rifletterci a fondo.
Se l’editoria a pagamento decanta le qualità di un manoscritto, magari limitandosi a generici ma entusiastici commenti, allora c’è un buon motivo per chiedersi se quelle lodi hanno scopi reconditi.
Se l’editoria a pagamento offre un contratto a prescindere dalla qualità di quel che si è scritto, allora c’è un buon motivo per interrogarsi sui motivi dell’offerta.
Se l’editoria a pagamento invia un contratto a uno scrittore che aveva chiesto un sincero parere soltanto pochi giorni prima, allora c’è un buon motivo per chiedersi se il manoscritto è stato letto davvero.
Se l’editoria a pagamento dichiara che non ci sono alternative alla pubblicazione con contributo, allora c’è un buon motivo per verificare se è vero.
Se l’editoria a pagamento sostiene che la richiesta di denaro, in qualunque forma e modalità, è NORMALE, allora c’è un buon motivo per rifiutare il contributo editoriale in qualunque forma e modalità, e chiedersi allo stesso tempo se non sia meglio scrivere per se stessi e non avere pubblico piuttosto che scrivere per il pubblico e non avere se stessi.

L’editoria a pagamento morirà il giorno in cui sarà chiaro a tutti che persino un singolo Editore, nel momento in cui riesce a speculare sulle sincere speranze di uno scrittore, arreca danno all’intero sistema editoriale.
L’editoria a pagamento morirà il giorno in cui sarà chiaro a tutti che persino un singolo Autore, nel momento in cui firma un contratto con richiesta di contributo, infligge una dura sconfitta all’intera categoria degli scrittori esordienti.

 

 
     
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