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Dormivo profondamente, senza sognare.
Un sogno uterino, di quelli che poi la vita adulta ci ruba d’astuzia, rimpiazzandoli con ansie e preoccupazioni da uomo maturo.
All’improvviso un rumore.
Apro gli occhi, la mia mano rincorre il filo dell’abat-jour.
Luce.
Volgo lo sguardo verso destra: lei non c’è.
La mia  mente rilegge in un attimo ogni singola riga di quella lettera.
Mi coglie il panico.
Apro il cassetto, afferro la pistola d’ordinanza e corro giù per le scale; mi precipito in cucina, un’ombra arcana mi punta contro il suo fucile.
È un attimo.
Sollevo la pistola ed esplodo due colpi.
Sangue.
Il pianto di un bambino.
Poi mi risveglio nel cuore della notte, riverso sul divano, una bottiglia di whisky posata sulla scrivania a mo’ di sentinella.
Ho sognato di nuovo…

A quanto pare, ci sono andato giù pesante, questa volta. Non ricordo neanche di essermi addormentato…
L’aria viziata della stanza è intrisa d’alcool e tabacco.
Ho la fronte imperlata di sudore.
Sognare mi rende nervoso, soprattutto se il sogno si concede il lusso di riesumare il mio passato.
Gatto e topo… il passato rincorre il presente e cerca di azzannarlo.
È una vecchia storia.
E in questo gioco al massacro, il futuro se ne sta tranquillo in un angolo, a sbadigliare.
Non ha mica fretta, lui.

Suonano alla porta.
Il passato non è mai abbastanza nocivo.
Ci si mette anche il presente, a volte…
 


 

Capitolo I

L’estremità incandescente di una sigaretta Cartier si presentò al cospetto dei miei occhi insonnoliti.
- Lei è il signor Crane? -, domandò una donna avvolta nel buio, fra gli sbuffi del fumo espirato.
Annuii svogliatamente, grattandomi la nuca.
- Che ore sono?
- Le sei del mattino. Mi fa entrare?
- Ritorni più tardi, non ricevo mai i miei clienti a quest’ora del giorno. Non sono un poliziotto…
- Me lo auguro, signor Crane. È per questo motivo che mi trovo qui.
La guardai bene in volto: occhi gelidi ma persuasivi.
Esitai un istante, poi mi scansai dalla soglia e la lasciai entrare.
- Mi chiamo Marlen Tourneur -, affermò nella penombra dell’ingresso.
- Però… una cliente francese! -, commentai con falso entusiasmo.
- Mia madre era francese. Preferisco presentarmi agli sconosciuti col suo cognome.
- Il motivo?
- Lo capirà presto.
La guidai con passo incerto per il corridoio della mia dimora, un vetusto appartamento sito al trentacinque di Bowery Street.
Ci vivevo ormai da tre anni, e nonostante l’aspetto decadente, mi ci ero affezionato a dismisura.
Il soffitto, che io avevo tentato inutilmente di rendere presentabile tramite il ricorso ad una tinteggiatura azzurrognola, mostrava qua e là alcune chiazze di muffa. La piastrellatura aveva ceduto in più punti. Di “corrente” c’era solo quella nelle prese: l’acqua usciva dal rubinetto quando si ricordava di farlo. Il resto dello stabile era vuoto, l’ideale per la mia innata misantropia.
La signora Tourneur non sembrò far troppo caso all’aspetto fatiscente dello studio, una vecchia camera da letto adibita ad ufficio lavorativo; notò senza alcun dubbio la bottiglia di whisky posata sulla scrivania, ma non disse nulla. Si limitò a prendere posto sul divano in finta pelle, osservando distrattamente il resto del mobilio.
- È qui che vive? -, chiese sprofondando nel divano.
- Suppongo di sì. Non le piace?
- Mio padre diceva sempre che vita privata e lavoro andrebbero tenuti distinti…
- Io non ho né l’una né l’altro -, risposi accendendo la prima sigaretta della giornata.
- Da quanto tempo non vede un cliente? -, domandò ancora.
- Mesi. Oggi vanno di moda gli investigatori giovani e tenebrosi.
Lei alzò un sopracciglio, soppesandomi con aria perplessa.
- Non mi sembra poi così vecchio. Quanti anni ha?
- Ne ho molti più dentro che fuori. Chi le ha fatto il mio nome, signora Tourneur?
- Signorina. Mio cugino lavorava con lei al quinto distretto. Lo assunsero poche settimane prima che lei venisse licenziato.
- “Buttato fuori” è l’espressione più adeguata -, specificai massaggiando con impegno le mie povere tempie.
Avevo mal di testa, ed il whisky a spasso per l’organismo non mi aiutava di certo a mantenere alta la concentrazione.
- Se ha un parente nella squadra di polizia, perché è venuta da me? Poteva rivolgersi direttamente a lui, no?
- I miei familiari sono sin troppo invischiati nel caso che sto per sottoporle, signor Crane. E poi, detto fra noi, ritengo mio cugino Charles un perfetto idiota.
- Capisco. Qual è il cognome di suo cugino?
- Reed.
Charles Reed, certo. Uno sbarbatello contraddistinto da una spiccata tendenza all’adulazione dei superiori. Lo ricordavo, sì.
- Non posso darle torto -, affermai allora in riferimento al giudizio precedentemente espresso.
- Si dà il caso, però… -, replicò la donna, - … che mio cugino la venerasse. Per quel che ne so, un po’ tutti gli agenti del quinto distretto la ricordano con rispetto. Per questo, quando mi sono trovata nella necessità di assoldare un investigatore privato, il primo nome caldeggiato da Charles è stato proprio il suo.
- Parole di fumo, signorina Tourneur: salgono al cielo, e poi si dissolvono -, polemizzai mostrandole il mozzicone stretto fra indice e pollice.
- Opinabile. Ad ogni modo, se lei fosse così acuto come sostiene certa gente, il cognome “Reed” le avrebbe già suggerito qualcosa… qualcosa di riconducibile alla mia presenza qui.
Reed… Reed…
Dove avevo già sentito quel nome?
- Non legge i giornali? -, domandò la signorina Tourneur cercando di riemergere dagli abissi impellettati della mia poltrona.
- L’omicidio Reed… -, sibilai allora dopo pochi secondi di riflessione.
La donna annuì lentamente, manifestando un certo distacco.
Disse soltanto:
- Proprio così signor Crane…
Afferrai la sedia più vicina a me e la girai al contrario, occupandola con accresciuto interesse.
- Immagino che lei sia la sorella di Edith Reed, la vittima… -, commentai fra una tirata di fumo ed un colpetto di tosse.
- Ha indovinato di nuovo.
- Nonché figlia dell’ex senatore Reed.
- “Ex” in tutti i sensi. Mio padre è morto poche settimane fa, per un cancro all’esofago.
 
Avvicinai a me il posacenere d’ottone ed annuii a mia volta.
- Sì, ho letto la notizia sul giornale. Mi perdoni la franchezza, ma un po’ ci ho goduto.
- Non credo che sia stato il solo, in questa città. Mio padre era un uomo infido e disonesto, implicato fino al collo in attività che definire “criminali” non potrebbe che apparire eufemistico. Capisce, adesso, perché preferisco presentarmi alla gente col cognome di mia madre? Ad ogni modo non sono venuta qui per parlare di lui…
Accennai un sorriso; forse quell’uscita sul conto del padre l’aveva infastidita. Il tatto non è il mio forte, lo ammetto.
- Per quel che ne so… -, replicai, - …sull’assassinio di sua sorella c’è poco da indagare. Da diversi giorni un uomo è in stato di fermo con l’accusa di omicidio, e la polizia sostiene di avere in mano le prove per convalidare l’arresto e dare inizio al processo. D’altro canto, l’individuo in questione non ha saputo fornire un alibi decente, ragion per cui…
- Tutte queste cose le so già. La prima persona ad essere informata regolarmente su ogni minimo sviluppo dell’indagine è la sottoscritta. Tuttavia, vorrei che lei indagasse comunque in via non ufficiale, per mio conto.
Scrollai le spalle, tornando a gironzolare per la stanza.
- Non voglio rubarle dei soldi, signorina Tourneur. Le mie indagini risulterebbero superflue, mi creda. Se poi lei nutre delle riserve nei confronti dell’operato della polizia… beh, non posso biasimarla.
- Non è questo il punto.
- E qual è, allora?
La donna si strinse nel suo cappotto di lana, sollevò lentamente lo sguardo e rispose:
- L’uomo fermato dalla polizia per l’omicidio di Edith è mio fratello…

 

 

L'orologio di cenere
Aldo Moscatelli
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genere: romanzo
totale pagine: 15
prezzo di copertina: 8,90 euro

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